Visioni Olcese ovvero da cosa nasce cosa

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Curioso come una telefonata possa gettarti in uno stato di fibrillazione creativa ed impegnata.

Curioso che un gruppo di amici, grazie a una passeggiata pomeridiana si lancino in un progetto nato dal cuore e dalla preoccupazione per la sorte di spazi dimenticati del territorio in cui viviamo da 20 anni.

“Antonio hai voglia di fare un po’ di foto in cotonificio?” – “Fatta! Passo alle 3!”.

Cotonificio Olcese

Fa già caldino, comincia la primavera, scavalchiamo la recinzione e ci addentriamo in un canneto (che ci fa qua un canneto?!), c’è la preoccupazione, infondata, di fare qualche brutto incontro; del resto, chi sa cosa si può trovare in un immenso stabilimento industriale chiuso più di 30 anni fa.

Il cotonificio Olcese di Torre (ridente quartiere di PN) si presenta sterminato, silenzioso e assolutamente affascinante. Ci lasciamo prendere dalla frenesia un po’ infantile dell’esplorazione, corriamo per vedere e toccare tutto, ci addentriamo in labirinti di scale, stanze, atri, fino quasi a perdere l’orientamento.

Cotonificio Olcese

Penso a come poteva essere vivo questo luogo 70 anni fa. Le persone, il rumore, le macchine, le storie, la Storia.

Perché questo e gli altri due stabilimenti nei dintorni della città (Borgomeduna e Rorai Grande) la Storia l’hanno fatta. Un numero impressionante di operai, fino a 12.000 nel periodo di maggior sviluppo hanno dato il via all’espansione industriale della provincia, sono stati il centro e la scintilla delle lotte sindacali per l’autonomia, dell’emancipazione femminile, della scoperta di una socialità che apparteneva solo ai grandi centri urbani.

Rimango stupito dalla bellezza degli edifici, la mia esperienza mi ha portato in fabbriche anonime, di cemento e pannelli, monospazi atti alla produzione; scoviamo stanze con piastrelle decorate, colonnati, porte che si aprono su spazi sempre diversi, chiusi, aperti, saliamo scale trovando bagni, forse spogliatoi, forse uffici, ponti collegano i due stabili principali.

Cotonificio Olcese

So benissimo che le condizioni di lavoro erano molto più dure di quelle attuali ma, visto così, ha un’aria romanzata, o romantica…sembra umano, accogliente, vitale.

Troviamo le caldaie, pozzi con argani e carrucole, montacarichi, tubi, quadri elettrici, i nostri passi fanno sempre da sottofondo al resto, i vetri rotti, la polvere che respiriamo a pieni polmoni, dell’amianto (molto probabile…e respiriamo anche quello), “pezzi” di writers che qui trovano un paradiso di superfici libere.

Il sole cala, la luce bellissima filtra attraverso i vetri (rotti per lo più), dietro un angolo troviamo una sorta di penisola sul Noncello, fumiamo una sigaretta immersi nel verde, una nuova sorpresa in questo dedalo post-industriale, guardando il fiume pigro disteso davanti a noi iniziamo a farci delle domande; quando è stato chiuso? Perché è qui vuoto e lasciato a marcire quando da anni si cercano spazi da dedicare ad attività, soprattutto per noi giovani, culturali e ricreative.

Cotonificio Olcese

Le nostre considerazioni sono forse troppo spicciole, ma alla fine ci viene naturale chiederci perché questi posti, immersi nel tessuto cittadino che vi è cresciuto attorno, non potrebbero ospitare dei locali dove fare concerti o andare a ballare, o mostre temporanee o permanenti, attività culturali, dal teatro alla musica, insomma perché non si possono far rivivere?

Cotonificio Olcese

Per raggiungerli non serve necessariamente l’auto, se ci fosse una bella serata con cose da fare potrei bere tranquillamente una, due, venti birre in più e non avere la preoccupazione della patente o del platano in agguato lungo la strada, gli edifici sono talmente grandi e variamente dislocati che vi si potrebbe radunare all’interno un gran numero di “situazioni”, per accontentare tutti, e soprattutto senza infastidire il prossimo, dal momento che sono relativamente isolati dal centro abitato non c’è il rischio dell’immancabile vicino che chiama i vigili per far spegnere la musica a mezzanotte.

Ci si lamenta spesso (ma davvero spesso!) che a Pordenone non c’è molto da fare, che si devono fare i chilometri in macchina per passare il sabato sera e divertirsi…perché non avere la possibilità di farlo in Città?

Cotonificio Olcese

Prendiamo l’ipotesi peggiore (nemmeno troppo lontana dalla realtà forse…): una bella tabula rasa per costruirvi centri commerciali o villettine a schiera. Ne abbiamo veramente bisogno? Le aree commerciali vengono su come funghi (molesti e velenosi per quanto mi riguarda), la città si può espandere in altre mille direzioni, perché non preservare edifici che sono già edificati? Okay, una bella sistemata è obbligatoria, sicuramente. Ma mettiamola così, azzardando un bel passaggio di consegne generazionale, il cotonificio era dei nostri nonni, ora possiamo prenderlo in mano noi, in eredità.

Io, Giulia, Chiara e Andrea, nel nostro piccolo ci siamo attivati, ne abbiamo parlato con altre persone, e dal gruppo di amici è nata l’idea di fare qualcosa, di proporre e provocare.

Presto ci saranno nuove svolte, e renderemo pubblico il nostro progetto. Primo, speriamo, di una lunga serie.

Iniziamo a smuovere qualcosa!

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