Remo Anzovino – Essenza Glocal

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Remo Anzovino nel suo studio legale a Pordenone

Remo Anzovino nel suo studio a Pordenone – foto ©Alessandro Venier

Remo Anzovino è l’essenza del glocal, del think local act global. C’è il suo lavoro, è un avvocato, la sua famiglia, il suo forte legame con questa parte di mondo, dove vive, lavora e compone. Ma proprio grazie alla musica riesce a girare il mondo a farsi conoscere e a far conoscere questa città, Pordenone. Una dualità proficua, dove il legame con questi posti dà energia e ispirazione per cose molto più grandi che si diffondono in tutto il mondo.

Recentemente è stato pubblicato il suo quarto album di studio, Viaggiatore Immobile, distribuito da Egea Music.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e di parlarci per un’ora, in uno scampolo di tempo ricavato tra i gli impegni della sua doppia vita.

Come nasce la tua passione per la musica?

É nata perché c’era un pianoforte verticale in casa, comprato dai miei genitori. Mi sembrava una grande scatola magica, con tutti questi martelli e corde. Ho preso qualche lezione e la musica è stata da subito un bellissimo gioco e non ha smesso di esserlo. L’esperienza dei suoni è ancora oggi un gioco per me, anche se nel tempo è diventata un gioco molto serio.

L’approccio con il pianoforte è coinciso con quello alla composizione. A 11 anni ci sono le prime tracce di cose composte da me. C’è stata subito la pulsione verso la scrittura.

Nell’immaginario comune il pianoforte è lo strumento del salotto, sul quale si suona Chopin, mentre io lo vedo come uno strumento a percussione, molto legato all’Africa. Lo vedo come una zebra che deve essere libera di scorrazzare nella savana.

Come nasce il titolo del tuo ultimo disco, “Viaggiatore Immobilie”?

Pordenone è decentrata da tutto. Milano è lontana, Roma e Napoli lo sono ancora di più, Torino è lontana praticamente come Roma. Questo mi ha portato a valorizzare al meglio quello che questa città offre. Nei miei ricordi Pordenone è una città nella quale mi sono sempre potuto esprimere, anche se per farlo ci vuole un po’ di intraprendenza e di incoscienza.

Il viaggiatore immobile sono sostanzialmente io. Ho fatto sempre dei gran viaggi di fantasia, che trovo essere il veicolo più veloce che ci sia. Poi ho immaginato il pianoforte come un personaggio di un romanzo, che per via della sua stazza è intrasportabile e quindi anche lui può viaggiare solo con la fantasia. Ma “Viaggiatore Immobile” è anche una constatazione del fatto che, in questa epoca, ognuno di noi, indipendentemente da quello che fa, ha una parte di se impegnata in un altro viaggio, il viaggio dei sogni, delle aspirazioni, delle frustrazioni, delle trasgressioni. Ricordo il pomeriggio quando ho messo insieme tutti questi pezzi, essere un provinciale che viaggia con la fantasia, suonare uno strumento che viaggia con la fantasia, rendermi conto che in qualche modo siamo tutti in questa situazione. Li ho capito che potevo scrivere la colonna sonora del mio tempo. Non musico film. Scelgo fotogrammi intorno a me che mi colpiscono, li animo e scrivo la colonna sonora di questo altrove nel quale si parla solo di emozioni, solo di desideri, non di cose pratiche, di bollette da pagare.

Viaggiatore Immobile, from the new album by Remo Anzovino - photo by Oliviero Toscani

La copertina del tuo disco è firmata da Oliviero Toscani. L’unica altra sua copertina risale al 1975 per Lou Reed…

Avevano messo nel programma di “Pordenone Pensa” un mio concerto che seguiva una conferenza di Oliviero Toscani. Al terzo bis è stato lui a far partire la standing ovation. Si è complimentato con me per il concerto e già questo mi aveva reso felicissimo. Qualche giorno dopo l’ho richiamato per fargli sapere del mio disco in uscita. Ascoltò il disco e accettò di crearne la copertina. Ero riuscito a conquistarlo con la mia musica. É una grande soddisfazione per me, questa copertina valorizza ulteriormente il disco.

Come concili il lavoro con la musica?

Questa convivenza comporta molti sacrifici. Nella musica seleziono molto le cose da fare. Avere un’altra professione che mi garantisce una certa tranquillità mi ha consentito di non fare nella musica tutto quello che mi veniva richiesto. Ho fatto una scelta molto particolare, dividermi tra la mia professione e la musica e ammiro molto chi invece ha fatto scelte radicali.

Prima del primo disco, Dispari, ho rifiutato molte offerte, provenienti dalla zona. Ho rifiutato anche soldi, che a 26 27 anni avrebbero fatto comodo. Però questo atteggiamento mi ha permesso di non inflazionarmi, non volevo fermarmi qui, avevo altri sogni, e alcuni di questi li ho realizzati, per esempio suonare al Blue Note. Come artista sento il dovere di uscire dal territorio, cosi da restituire un riflesso di prestigio a questa città. Comparendo su riviste importati, citando sempre il nome di Pordenone, contribuisco a far conoscere questa città che amo molto, l’unico luogo dove sento le mie radici.

Da questo punto di vista sarà un anno molto impegnativo, la musica ha acquisito una rilevanza tale che rende difficile conciliare le due cose.

Quali sono le tue influenze musicali?

Il pianista che più mi ha ispirato è Bill Evans. Per la il pianoforte moderno ha fatto quello che Mozart ha fatto per la musica. Ha portato Chopin e Debussy nel jazz, ha un invidiabile capacità narrativa e ha il dono della memorabilità. È un modello di espressione per tutti i pianisti.

La mia natura è quella di un ascoltatore onnivoro. Sono attratto dalle cose lontane da me musicalmente. Mi piace molto Brian Eno, di cui possiedo molti vinili essendo un fanatico dell’ascolto in vinile. Sono un grande ammiratore di Steve Reich, del primo Philip Glass, di Robert Fripp, tutto il periodo più succoso del minimalismo storico. Mi piacciono molto perché la mia scrittura non è minimalista, è meticciata con musica popolare, con la canzone, con il rock. Minimalista è il mio senso dell’eleganza.

Altre influenze sono Stravinsky, i compositori russi e Ravel, Sex Pistols, Jimi Hendrix.

In questi ascolti ho un approccio monografico, quando mi piace un artista devo conoscere tutto quello che ha fatto. Ogni giorno ascolto almeno un paio di album. Quindi tanto ascolto e soprattutto tante partiture. Tanto ascolto di quella musica che dall’accademia è considerata ancora di serie B, come l’opera. Bisogna cercare di capire perché la Tosca, cento anni dopo riempie ancora i teatri.

Remo Anzovino alla diga del Vajont

Com’è il tuo approccio alla composizione?

In questa ottica il talento senza una grande preparazione non è nulla. Preparazione che non deve essere necessariamente accademica, che però fa di te un artista con la A maiuscola.

Abbiamo finito, lasciaci però 3 brani da ascoltare.

Cominciamo con “Preludio e Morte di Isotta“ di Wagner, brano che mi commuove sempre. Poi l’Adagetto della V sinfonia di Mahler e per finire Heroes di David Bowie.

Credo che Remo Anzovino sia un esempio. Un esempio del fatto che, nonostante l’industria discografica sia in crisi, si può fare musica ad alto livello, con forme e modalità nuove. Un’esempio del fatto che anche la provincia è vitale e prolifica, che offre stimoli alle persone creative e che questi stimoli a volte sono proprio le limitazioni classiche delle piccole città.

Forse questo dividersi tra le proprie passioni, che possono portare anche a grandi successi, ed un lavoro “normale” è il nuovo modo di fare le cose, non solo nella musica. Si può essere un famoso musicista e contemporaneamente un bravo avvocato in una città come Pordenone, vivere in provincia ed essere conosciuto in tutto il mondo.

Vi ricordiamo il concerto di presentazione del nuovo disco al Teatro Verdi di Pordenone il 17 novembre, dove Anzovino suonerà con una band di 10 elementi e il coro Polifonico di Ruda.

www.remoanzovino.it

www.egeamusic.com

Qui trovate il video della spendida improvvisazione di Remo a Raitunes, su un brano di DFRNT

e qui il link al podcast alla puntata con l’intervista di Alessio Bertallot

RaiTunes – Speciale Anzovino