Prime Stesure – N 5 – Bottle and P. Cork

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Prime Stesure

Dopo un mese di pausa (dovuto a disguidi tra Halloween e Suina), ritorna Prime Stesure, questa volta con una nostra vecchia conoscenza, Alessandro Venier, autore con il quale abbiamo aperto la rubrica.

Il raccondo che vi proponiamo oggi risale allo stesso periodo in cui è stato scritto “George“, cosa che si può notare dalla ricorrenza dei temi. Questa volta però siamo in un ambiente più surreale e fantascientifico. Il racconto fa parte di una serie intitolata “Storielle dell’assurdo”.

Buona lettura!

Bottle and P. Cork

In principio ero sola.
Dopo poco mi hanno messo insieme ad altre come me.
Eravamo in sei, tutte vicine nella cesta, shekerate dal freddo.
Dopo pochi minuti ci vestirono con una sorta di fascia rossa adesiva sotto il collo.
Ci tolgono una a una dal nostro contenitore.
Un nastro trasportatore ci conduce sotto a un rubinetto.
Le mie sorelle avanti a me: le gettano in bocca un liquido nero, fino all’orlo.
Mano a mano che avanziamo aumenta in tutte noi l’angoscia per la nostra sorte.
Non sapevo cosa stesse succedendo.
Ora tocca a me; sono sotto al rubinetto con la bocca aperta.  Gli chiedo inutilmente chi fosse e cosa stava per farmi.
Non risponde.
La mia sorte non è diversa da quella delle mie sorelle.
Ora ero piena.
Il nastro trasportatore continua la sua corsa: e io con lui.
Pochi secondi dopo lo calano sopra la mia testa.
Da subito mi abbraccia con forza.
Si stringe a me sempre di più fino a che, a un certo punto, si ferma.
Gli dico di fare piano, di mollare un po’ la presa perché stringeva troppo, ma mi risponde che non dipendeva da lui.
Questa fu la nostra prima conversazione.
Gli chiedo chi sia.
Mi rispose di chiamarsi P. Cork.
Anche lui, come me, è vestito di rosso e dice di essere appena nato.
Ma non nel mio stesso posto.
Da un’altra parte.
E’ da poco stato separato dai suoi fratelli e nemmeno lui ha idea cosa stesse succedendo.
Gli dissi di chiamarmi Bottle.
Immagino che sia il mio nome visto che così mi chiamano le mie sorelle.
Un trasparente velo di imbarazzo cala su di noi.
Ci conosciamo da pochissimo ma già mi abbraccia come un fidanzato.
Intanto arriviamo alla fine del nastro trasportatore: davanti a noi un salto di circa un metro per ricadere dentro un tunnel.
Precipitiamo.
Non trattengo le urla.
P. Cork, infastidito, mi ordina di stare zitta.
Non lo ascolto.
Le grida escono da sole.
Poco dopo atterro in piedi,  dentro una cassetta stretta.
Gli dico che non deve più permettersi di zittirmi.
Risponde che non devo più urlargli nelle orecchie.
Decido di lasciare perdere.
Per il momento.
Mi guardo intorno e il mio corpo viene attraversato da un brivido di felicità.
Non sono più sola con quello sbruffone.
A fianco a me altre cinque mie sorelle abbracciate anche loro a dei tipi come P. Cork.
Chiediamo spiegazioni ma, proprio come noi, anche loro non sanno cosa sta succedendo.
Intanto quel fastidioso di P. Cork continua a stare li avvinghiato a me: inutile chiedergli di togliersi, non ne ha alcuna intenzione.
Passa un po’ di tempo.
Non so dire  quanto.
Una mano afferra la nostra cassetta e ci lancia dentro un furgoncino.
Insieme a noi, tante altre casse piene di nostre sorelle e fratelli.
Trascorriamo il viaggio al buio.
Mentre ci caricano, però, mi accorgo che dentro al furgone ci sono delle mie sorelle molto più grandi di me.
Alcune di loro sono il doppio di me.
Parlano per tutto il viaggio.
Durante la strada non fanno altro che ipotizzare complotti e congiure nei nostri confronti da parte di ipotetici sconosciuti.
Io rimango zitta tutto il tempo.
Non so cosa dire.
Ho paura.
A un certo punto il furgoncino si ferma.
La nostra cassa , a causa della brusca frenata, scivola addosso a un’altra, mentre quelle in fondo urtano contro la parete infondo al mezzo.
Pochi istanti dopo la porta del furgone si apre e  un abbagliante luce ci avvolge .
Una mano afferra la nostra cesta  e ci porta dentro a un edificio.
Sulla facciata di questo una scritta luminosa: Market.
Attraversiamo  alcuni lunghi corridoi pieni di scaffali prima di arrivare in una zona molto  fredda in fondo a un altro corridoio.
Ci posarono in terra e, una a una, ci tolgono dalla cassetta.
Sempre la stessa mano ci afferra a una a una e ci ripone in una specie di vetrina dove siamo attraversati da un aria congelante.
Vicino a me ci sono altre mie sorelle e altre ancora ma dalle forme e dal vestito di un diverso colore.
Ci sono anche molti altri fratelli di P. Cork, ma a lui non sembra interessare.
Non una parola.
La temperatura sembra abbassarsi ancora.
Parlo con le mie vicine.
Proviamo a consolarci a vicenda.
P. Cork non parla.
Quando lo fà è solo per sottolineare che siamo delle femminucce frignone.
Non stà simpatico a nessuno.
I suoi fratelli non sono come lui.
Quello alla mia destra si è accorto della mia disperazione e cerca di rassicurarmi.
Anche quello a sinistra cerca di tirare su il morale scherzandoci sopra.
Intanto il tempo passa.
I litigi con P. Cork non mancano, sempre per cose futili.
E’  insopportabile.
Vuole avere ragione in ogni discorso.
Decido di ignorarlo.
Una mattina, però, succede qualcosa.
Le luci del corridoio in cui stiamo da ormai chissà quanto e che fino a quel momento erano spente, si accendono.
Iniziamo a chiederci cosa stia  succedendo.
Come mai si è accesa quella luce?
Perché è rimasta spenta fino a quel momento?
Non sappiamo darci risposta.
Pochi minuti dopo il corridoio inizia a popolarsi di una miriade di giganti equipaggiate di carrelli e cestini.
Chi sono?
Cosa vogliono?
Questi carrelli si riempono a vista d’occhio con gli abitanti degli altri scaffali del Market.
Chi viene afferrato e imprigionato nel carrello urla e implora di essere liberato.
Ma quelle persone non sembrano sentire.
Si avvicinano anche al nostro scaffale.
Ora oltre che dal freddo tremiamo anche di paura.
Una mano si allunga verso di noi e acchiappa la mia vicina e la ripone nel carrello..
Per la prima volta vedo P. Cork tremare.
Il tempo passa.
Quei giganti non sembrano andarsene.
Anzi.
Aumentano.
Molte di noi vengono prese e portate via.
Per sempre.
Passano molte ore,  giorni, dal quando sono stata portata in quella specie di frigorifero.
Molti fratelli e sorelle sono stati portati via e altrettanti hanno preso il loro posto.
Oh no..
Si ferma di fronte a me un ciccione dai capelli rossi.
Immobile.
Mangia delle palline da una busta gialla.
Sul sacchetto la scritta Chips.
Continua a guardarmi .
Si lecca le dita.
Poco dopo allunga la stessa mano unta e mi afferra per il collo.
Mi sento alzare e trascinare verso di lui.
Urlo di lasciarmi andare.
Nessuna risposta.
P. Cork tenta di opporre resistenza me è inutile.
Quelle persone non ci sentono.
Probabilmente non parlano la nostra lingua.
A differenza di tanti altri non ha una carrello, così ci tenne stretti in quella sua mano unta fino a che, dopo aver attraversato alcuni corridoi popolati da giganti , arriviamo di fronte a una  “Cassa”.
Qui ci appoggia su un nastro che ci trasporta direttamente tra le mani di una signora. Questa ci gira sottosopra per leggere l’etichetta del mio vestito.
Dopo essersi scambiati dei pezzi di carta, il ciccione ci agguanta nuovamente e ci porta fuori dal Market.
Per uscire passiamo attraverso delle porte che si aprono da sole.
Eravamo abituati al freddo del Market.
Sia  io che P. Cork  respiriamo affannosamente a causa del caldo.
Inizio a sudare e, lungo tutto il mio corpo appannato, si formano delle goccioline che  scivolano verso il basso.
Continuo a piangere.
A differenza di prima P. Cork cerca di consolarmi.
E’ la prima volta che lo fa.
Mi sorprende questo suo atteggiamento.
Non è da lui.
Forse lo avevo giudicato troppo in fretta.
Vorrei ringraziarlo, ma le parole sono soffocano dalla paura dentro di me.
Non è poi così cattivo ed egoista come pensavo.
Si è dimostrato molto dolce.
Il grassone, intanto, continua a camminare e a tenerci stretti con quelle mani unte e puzzolenti.
Lungo la strada decine e decine di giganti camminano, corrono.
Alcuni di loro si spostano all’interno di alcune scatole colorate con delle ruote.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la confusione del nuovo paesaggio.
IL ciccione, camminando, ci agita di continuo.
Dentro di me sono tutto un fermento.
A un certo punto si ferma.
Con una mano mi tiene ben stretta mentre con l’altra afferra saldamente P. Cork.
Per la prima volta anche lui urla.
Non si limita a stringerlo ma lo svincola dal nostro abbraccio che durava ormai da giorni.
Poi posa quelle sue luride labbra sulla mia bocca e si rovescia in gola gran parte del mio contenuto nero frizzante.
Terribile.
Una sensazione disgustosa.
Poi ripone P. Cork sopra di me che subito mi riabbraccia forte.
Tiro un sospiro di sollievo.
Dapprima non lo sopportavo, ma adesso non voglio assolutamente che ci separino.

Il suo abbraccio è l’unica certezza che mi è rimasta.
Lui è la mia unica sicurezza.
Purtroppo però le cose non vanno come vogliamo.

Non passa molto che quel ciccione decide di darmi un secondo bacio.

Mi prosciuga fisicamente.

Afferra nuovamente P. Cork che, poco prima di essere separato da me mi confida che nonostante i litigi era stato bene in quel lungo abbraccio insieme a me.
Poco dopo il gigante lo lancia via.
Lontano da me.
In una specie di buco sulla strada.
Separati per sempre.
Forse se lo sentiva.
Per quello ha voluto dirmi quelle cose.
Ed ecco arrivare il terzo e ancor più viscido bacio che mi svuota completamente.
Si stacca da me e afferrandomi con tutte e due le mani mi stritola e mi schiaccia.
Terribile.
Il dolore di questi momenti non lo scorderò mai.
Passano pochi secondi dopodiché lo vedo avvicinarsi a una specie di  grande contenitore giallo con su scritto:”Plastica”.
Solleva il coperchio e mi ci getta dentro.
E stata l’ultima volta che ho visto quel torturatore.

Ora non so da quanto tempo mi trovo in questo contenitore.
Ho perso il conto dei giorni.
Qui, insieme a me, ci sono altre mie sorelle, ma non parlano, sono  scioccate.
Hanno subito i miei stessi trattamenti.
Non rispondono alle mie domande.
Siamo qua, in silenzio, ognuna sola con se stessa e con i suoi ricordi.

Ripenso a P. Cork e a come, nonostante tutto, stavamo bene abbracciati.
Probabilmente non lo rivedrò più, ma di sicuro non lo scorderò mai.
In fondo era il mio P. Cork.
Ora sto aspettando.
Aspetto che qualcosa succeda.
Aspetto che qualcuno venga a prendermi per portarmi da un’altra parte.
Aspetto di cambiare.

Alessandro Venier

A Trich ed Edo

Alessandro Venier - scrittore

Alessandro Venier

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