Prime Stesure – N 2 – Estramente Vacuo

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Prime Stesure

Seconda puntata della rubrica “Prime Stesure”, questa volta il racconto è di Francesco Boz, studente di Psicologia all’Università di Padova.  Di circa due anni fa, tratta in modo sarcastico e pungente le surreali vicissitudini di uno studente padovano alle prese con le donne.

Buona Lettura!

Estremamente Vacuo

“Estremamente vacuo. Troppo implicito. Illepido.”
“e i commenti positivi?”
“questi sono i commenti positivi!”

Click
Sembrerebbe una piccola fotografia scattata ad un soggetto ignaro di essere nel mirino di un fotografo..
Un uomo, da indagare nell’età e nell’espressione, seduto scomposto su un divano di tela blu.
La penombra confusa e l’odore stantio sollecitano l’apertura di veneziane e finestre mentre la televisione distribuisce casualmente la poca luce della scena e un velo di polvere riveste ogni oggetto ed ogni colore mitigando i contrasti.
Andrea, un uomo, scivola con la mente a quando qualcosa d’importante era diverso poi si raccoglie nei pensieri e si rivede adesso. Confronta la foto di quei giorni con la foto di quest’istante e sente che lei gli manca molto. Gli manca come un vizio all’assuefatto, lei, con il suo egotismo, i suoi capelli biondi e i suoi occhi sereni variabili.
Variabili con il cielo.
Variabili con le lacrime.
Variabili con il sole.
Variabili con l’amore.
Accanto alla televisione c’è la sua fotografia, un’immagine indelebile di timide fluttuazioni emotive.

Mi ricordo.
“È come un soffio di vento più forte” diceva quando le sobbalzava il cuore.
“già” le rispondevo io.
Filosofia, studiava filosofia e le piaceva speculare sulla psiche e sui sentimenti. Mai che si godesse un istante nel nome di un’emozione. Doveva sempre scavare fino alle fondamenta più sterili della circostanza. Analitica fino al midollo, aveva speso mesi studiando i più grandi pensatori della “Gestalt” e n’era uscita vergine.
Credeva nelle ideologie, per questo rifiutava l’olismo. “L’ideologia è una parte del tutto ben determinata” e ancora “la definizione di quella parte è l’essenza dell’ideologia”.
Io non capivo e quando non capivo le chiedevo d’essere più semplice.
“non posso essere più semplice” mi rispondeva scocciata “diventerei comunicativa, e tu sai che la comunicazione sottrae ogni determinazione. Aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario e tutto ciò che sta in mezzo tra i due opposti”.
Ammetto che forse ammazzava il dialogo, ma almeno lo faceva con stile.
Io certamente non ero alla sua altezza ma, molte volte, credo che nemmeno lei lo fosse. Spesso quando era sotto stress farneticava.
Mi ricordo che per l’esame di teologia si era messa in testa di portare al professore Dio.
“il professore mi darà un bel trenta, con tanto di lode” diceva mentre un tic nervoso le serrava  l’occhio sinistro al ritmo di Be Bop A Luba “altro che gli scritti speculativi che presenteranno i miei compagni”
“già” le rispondevo io
Aveva il più bel culo di Padova. Un culo che lei sapientemente ornava con perizomi minimalisti ma nel sesso era un po’ rigida. Non trovava la posizione giusta e spesso si perdeva nei dettagli scientifico-fisiologici della copula e dell’amplesso.
Durante l’orgasmo piangeva e urlava la sua riconoscenza ai corpuscoli di Krauss, qualora questi avessero svolto correttamente il loro compito.
Quando pretendeva maggiore eccitazione m’intimava di leccare con tocchi fugaci di lingua il terzo esterno della sua vagina e indugiare sul clitoride così da stimolare le ghiandole di Bartolini a rilasciare il loro secreto. Io eseguivo alla lettera ogni passaggio e lei, paga del mio operato, affermava che il vantaggio di prendere le cose scientificamente è che poi sono riproducibili.

Anche sui lavori di casa avrebbe potuto scrivere un saggio breve.
“esiste un modo per lucidare i metalli cromati con la soda” oppure “per pulire l’avorio dei manici d’osso della coltelleria, strofinali con succo di limone salato”, “per togliere il lucido da un abito, inumidisci la stoffa con una miscela leggera d’acqua e ammoniaca, poi stira sotto una pezza umida”. Mi sono sempre chiesto come facesse a sapere tutte queste cose, lei che non faceva altro che vagare con il pensiero alla ricerca dell’insight. Un giorno, ebbi la risposta.
Rincasai prima, per farle una sorpresa, era il nostro anniversario.
Sul tavolo dello studio c’era un libro con le pagine piante e strappate. Lessi il titolo intriso nelle lacrime: Einleitung. Ueber das Wesen der philosophischen Kritik ueberhaupt und ihr Verhaeltnis zum gegenwaertigen Zustand der Philosophie insbesondere ovvero Sull’essenza della filosofia critica in generale.
Una raccolta di saggi, Hegel.
Salii lungo le scale verso la camera da letto e la trovai seduta lì a gambe incrociate che mangiava cioccolata e studiava un manuale di chimica. Gli occhi gonfi, doveva aver pianto molto.
“lo sai che mischiando l’ammoniaca con la candeggina si produce un composto che inalato può portare alla morte”
“già” le rispondevo io
Avvertivo in lei una ricerca crescente di stabilità. Aveva bisogno di certezze, appoggiarsi a leggi ferree, dimostrazioni empiriche ma, i suoi studi e la sua indole, l’avevano resa intollerante a tutto questo.
“la new age è la risposta!” così disse e così fece.
Io non sapendo bene cosa fosse questa “new age” di cui si faceva un gran parlare, tentai di chiedere delucidazioni al mio amore.
“la new age è la trasformazione della religione in alcunché d’indefinibile, ma economicamente redditizio. Sarebbe impossibile descrivere la new age come somma di elementi semplici: in essa confluiscono tendenze che nulla hanno a che vedere tra loro, sicché il movimento nel suo complesso sarebbe multiforme e indefinito. Presenta un’immagine del mondo in cui i contrasti sono superabili nell’esperienza individuale della pacificazione e della quiete”. Lo pronunciava come si recita una litania, senza fermarsi per respirare e senza modulare il tono della sua voce.
“già” le rispondevo io
Credo che lei fosse talmente innamorata di se stessa al punto da far innamorare anche me. Non tanto di lei quanto delle sue manie. La vedevo dedicare anima e corpo al cambiamento della sua anima e del suo corpo per stare al passo con le mode intellettuali. Non sto dicendo che non aveva personalità, il contrario, sto dicendo che ne aveva mille. L’ho vista liberale, marxista, atea, fondamentalista islamica, ecologista, lesbica, materialista, giacobina, fenomenologica, accademica, femministaiola, femminista, maschilista, comunista, freak, grunge, classica, cattolica, reazionaria e tifosa del Padova.
“tornerà l’era Rocco” diceva avvolgendo il collo nella sciarpa biancoscudata
Confesso che quando lei la domenica se ne andava allo stadio io curiosavo tra i suoi appunti, libri o quaderni, senza capire niente di ciò che ci trovavo scritto dentro. L’unica coerenza nelle sue riflessioni era un attaccamento insensato e morboso per la parola “aberrante”.
Tutto ciò che studiava o che viveva le sembrava aberrante, persino la nostra gatta Minù.
C’era un intero saggio ispirato alla nostra gatta, non ne ho capito bene il senso ma si intitolava: Gatti: da clochard del regno animale a borghesi del  postcapitalismo. Credo fosse qualcosa di allegorico.
Ormai sentivo che l’amore squillante che anni prima lei aveva provato per me e per le mie fotografie (io sono un fotografo), si stava trasformando in qualcosa di brutto. In prurito credo.
A letto, a pranzo, sul divano, ogni istante della sua giornata condiviso con me le causava un terribile prurito, il dermatologo disse che non c’erano anomalie epidermiche, nè funzionali né strutturali, si trattava di un disturbo psicosomatico causato da un agente stressante, quasi certamente io.
Allora lei se ne uscì con discorsi sulla libertà, sulla vita che fugge, il tempo, lo spazio, l’amore e i reality. Sentiva il bisogno psicosomatico di partecipare ad un reality.
“il reality non ha altro scopo se non inserire l’io di una persona comune nell’immagine del mondo. Ho bisogno di emanciparmi, non da te, nemmeno dal nostro rapporto. Ho bisogno di emanciparmi dall’immagine che ho di me, inoltre non sopporto più la nostra gatta Minù!”
“già” le rispondevo io
Riuscì ad entrare nel cast del “grande fratello” e durante la prima puntata non fece altro che parlare di Orwell e delle società distopiche.
Il secondo giorno affrontò l’argomento “sesso” con ogni coinquilina donna.
Il terzo giorno tenne, dinnanzi a tutti i coinquilini al gran completo, una conferenza su analogie e differenze tra l’orgasmo vaginale e l’orgasmo clitorideo.
Il quarto giorno sondò i gusti sessuali dei maschietti concubini.
Il quinto e il sesto giorno andò a letto con tutti e otto i ragazzi, uno per volta senza spingere.
Il settimo giorno si riposò.
Essendo palesemente schierata nella fazione maschile, lei e i ragazzi creavano superiorità numerica e questo le garantì di non finire mai in nomination. Arrivò in finale ma non vinse, seconda.
Tornata da me con un ego gonfio di fama mi improvvisò un discorso sulla dicotomia anima e corpo.
“sì mi sono portata a letto otto uomini. L’amore e il sesso sono cose che non fanno parte della stessa regione. Con loro era solo sesso, siccome anche con te è solo sesso mi vedo costretta a lasciarti”
“posso farti una foto” le rispondevo io

In televisione le pubblicità si accavallano in una brevissima routine di cinque minuti. La pubblicità provoca con le sue forme nude e seduce con promesse ambiziose. Non si può rimanere coscienti dinnanzi alla pubblicità, l’inconscio prevarica. Allegorie, metafore, priming semantico, una cosa tira l’altra. Lo tira giù, sempre più giù, lo addormenta e poi lo costringe a sognarla. “I sogni son desideri” quindi lui desidera la pubblicità, ma è un desiderio sintetico.
…l’anima gemella…
A volte senza che lo sappia il suo sguardo è più attento, occhi cisposi, capelli unti, alitosi. Si sente intorpidito fin nelle ossa. Con lei non era così, aveva il suo “da fare”. Guarda la foto lì, sulla mensola di faggio evaporato. Cornice d’argento 18X12, zigrinata. Leggermente sporcata dal tempo e dalla trascuratezza. C’è tutta la trascuratezza di una relazione in quella cornice che lo osserva austera e lo costringe ad abbassare gli occhi, quasi fosse incapace di sostenere lo sguardo della figura nella foto. Forse semplicemente stanco di farlo.
…l’anima gemella…
Si è appisolato ancora ma con la testa troppo inclinata verso destra. Gli duole il collo e pensa alla mancanza d’equilibrio. La sua storia d’amore sospesa a mezz’aria senza rete. Pensava sarebbe morto cadendo e invece resta ostinatamente aggrappato ad una foto. Amanti squilibrati, sulle prime sembra divertente come fotografare una filosofa con quel buffo cappello francese, stonato sulla sua bellezza alla moda. Poi la storia non si regge più, pensa mentre sbadiglia.
…l’anima gemella…
Gli amici danno troppi consigli. Tutti pronti a svelare il trucco per vincere. Fa caldo e lui suda. La schiena è incollata al divano da un velo di tossine espulse dal suo organismo. Non si sposta dalla conca che accoglie la sua sagoma, protende il braccio verso il piccolo tavolino di marmo che giace alla sua sinistra e afferra una bottiglia d’acqua. Sente quel liquido tiepido scivolare giù lungo il suo esofago. La vita è una continua digestione. Il suo corpo metabolizza il mondo. Lei è indigesta. Lei era Roberta.
…l’anima gemella…
E’ svegliato di soprassalto da una sua flatulenza e gli si palesa come fosse un flash della sua canon digitale, la scabrosità della propria condizione. Meglio farsi una doccia. Lavarsi prepara all’interazione sociale, è una spinta verso il contatto interpersonale. Non ci si lava per se stessi, ci si lava per gli altri. Profuma di calendula sotto le ascelle mentre i suoi capelli odorano di camomilla. Esce da casa che sembra un prato fiorito e anche se ancora non lo sa, sta guidando la sua rumorosa cinquecento, verde pistacchio, verso una meta precisa.

Il sole splende e lui sorride mentre il lettore cd dell’auto suona “dardanella” di “Joe fingers car”.
A volte basta un raggio di sole.
Altre volte basta trovare parcheggio dove lo si vorrebbe, scoprire che è sabato e lasciare che l’occhio, stanco d’immagini cupe e statiche, si getti all’inseguimento di stormi di liceali colorate a festa che frenetiche invadono le vie del centro.
Click.
Andrea fotografa il suo mondo per immortalare delle espressioni e per scatenare delle reazioni.
C’è l’arte nel sorriso delle ragazzine che vanitose posano per lui.
C’è l’arte nel rossore imbarazzato di coppiette insicure del loro apparire.
C’è l’arte nel disappunto di marcolfi a caccia di facili prede.
C’è l’arte che si nasconde dietro la realtà delle cose.
L’arte è l’armonia della realtà e Andrea non fa che scovarla.
Il sabato pomeriggio filtra tutte le brutture della settimana e depura i pensieri, anzi, i pensieri non ci sono più, ci sono solo sensazioni.
La sensazione di vivere in un mondo fatto di aperitivi, coppiette, ragazzi e ragazze, passeggini, brusio di gente felice e …l’anima gemella…
“Perché?” si domanda Andrea. Come un lampo questa idea gli ha trafitto la mente. Non importa. Non gli pesa quella parola che sfuma subito confusa dal fitto via vai di gente.
Non c’è caos, pensa, c’è vita.
Le vetrine riflettono il sole caldo e i manichini vestono i colori dell’estate, così, dopo una debole resistenza, Andrea si compra un cono gelato a due gusti: stracciatella e liquirizia proprio come faceva da bambino.
In quell’istante di sensazioni dolci una ragazza passa affrettata accanto ad Andrea senza immaginare di fermarsi nemmeno il tempo di un caffè.
In quell’istante di sensazioni dolci Andrea si sente sfiorare da una ragazza frettolosa senza immaginare di fermarla nemmeno per il tempo di un bacio.
Forse è soltanto l’armonia della realtà che anche se ti coglie impreparato ti obbliga a sorridere come senza motivo stanno facendo Andrea e una ragazza mentre camminano soli nel centro della loro città.
…l’anima gemella…
“ancora? Ma perché?” Andrea si sente chiamare verso l’anima gemella. Parole, suoni, luci, odori, immagini, scritte, foto e situazioni. Tutto lo attira verso l’anima gemella, un richiamo diretto del suo inconscio. Inizia a girare su se stesso per capire la fonte del suo assillo, guardare tutto vorticosamente, ma i colori iniziano a confondersi sulle retine fino a proiettare al suo cervello un’immagine informe e multicolore.
…l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella l’anima gemella…
Un unico punto fisso nei suoi pensieri, martellante e scandito dai battiti del suo cuore.
Smette di girare, si ferma in mezzo alla piazza e aspetta che anche il mondo si fermi.
STOP!
Davanti a lui, un cartellone pubblicitario recita così:

DAL 15 AL 22 GIUGNO
IN TUTTI I MIGLIORI NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO
LA TUA ANIMA GEMELLA
COSTA LA META’

I saldi sono sempre un buon momento per essere single.

Sbrogliare l’enigma di un assillo della nostra incoscienza è appagante, soprattutto se “gettone”,noto negozio d’abbigliamento, è dietro l’angolo.
La fotocellula fa click e le porte scorrevoli si aprono proiettando Andrea nel paradiso terreno, dove i coniugi Adamo, scacciati dai piani alti, avrebbero potuto trovare una vasta gamma di alternative alla foglia di fico.
Il clima lì dentro è rigido per via dell’aria condizionata e ovunque Andrea si giri trova indicazioni meticolose inerenti la strada da seguire per arrivare al reparto “anima gemella”, resistere a quegli inviti è praticamente impossibile.
Il reparto “anima gemella uomo” di “Gettone” offre una vasta gamma di alternative al celibato e commesse ammaestrate ad irretire sorridono disponibili a clienti di tutte le risme.
Andrea contempla quel bazar dell’amore come un bambino che aspetta il momento adatto per domandare agli altri bambini di giocare a pallone con loro.
“desidera?” una commessa lesta lo anticipa nei desideri
“si desidero, è una vita che desidero. Vorrei la mia anima gemella se è possibile.”
La commessa invita Andrea a seguirla verso quelli scaffali ricolmi di figure femminili di ogni genere. Stereotipi di vite messi in vendita a metà prezzo per la gioia di acquirenti golosi.
L’ultima spiaggia della solitudine è la vita di coppia.
Andrea vaglia i vari articoli che la commessa gli propone …
“troppo seria”
“troppo sportiva”
“troppo appariscente”
“troppo grassa”
“troppo mora”
…e alla fine si ritrova a dover scegliere tra tre opzioni: la manager, la bella d’alto bordo e la diva del cinema.
“vuole provarle? Lì c’è un camerino libero”
Andrea si infila nel camerino indicatogli e scopre che il camerino è in verità una camera da letto resa sensuale da una penombra purpurea e da specchi che rivestono ogni singolo centimetro di pareti e soffitto.
Andrea fa l’amore con tutte e tre le potenziali anime gemelle osservandosi grazie agli specchi dalle diverse angolazioni.
Esce dal camerino dopo un quarto d’ora, trafelato, appagato e leggermente disorientato.
“mi piace la bella d’alto bordo ma mi va un po’ piccola, non avreste una taglia in più?” domanda
“mi spiace ma la taglia più grande c’è solo mora”
Certe volte ci si ferma a pensare.
La tensione tra il desiderato e il possibile agita l’animo di Andrea che si sente completamente illogico verso l’amore.
L’anima gemella c’è ma è impossibile trovarla; sembra una di quelle frasi di rito che trasale da bocche disilluse per arrogarsi un pizzico di onore in un argomento lontano dal loro quotidiano. Persone abiette che insudiciano l’amore con il desiderio di esso. Lacché di un nichilismo vuoto riempito di grugniti precotti che si abbandonano alla ciarla del sesso per essere accettati nelle schiere dell’umanità decadente. Lo schifo intollerabile di chi anela all’amore asimmetrico cospirando tra le file della faziosità del proprio genere, uomini che denigrano le donne, donne che soggiogano gli uomini, per menare vanto di traguardi velleitari o fittizi. Il truculento incedere del pattume catodico che confonde la sua merda con la merda reale in quella squassante dissolvenza mefitica che è la vita.
Non la vita di chi vive. La vita di chi si fa seguace di mode, di chi si fa platea di vacuità, di chi “si fa così” per sentito dire.
La vita dell’oggi senza il domani.
Dov’è l’armonia degli amanti? Quella sensazione dolce che dipinge l’innamoramento e spinge a credere nell’amore eterno. L’amore senza sforzo che scivola tra due anime come l’inevitabile coniugarsi di universi affini, di intelletti congrui. L’amore che non conosce l’oggi, non teme il domani e non riverbera il passato perché annulla ogni tensione temporale, proiettato in una dimensione d’estasi superiore dove la coscienza di uno sguardo seduce più di un desiderio.
L’amore di chi disteso accanto al suo amore non vorrebbe addormentarsi mai, per non gettare ai sogni momenti più preziosi.
“si sente bene?” domanda preoccupata la commessa ad Andrea
Andrea risvegliato dal suo piccolo delirio risponde
“non si preoccupi, sono solo timide fluttuazioni emotive”

In fine Andrea ha comprato la manager.

Mi ricordo.
“sei la cosa più preziosa che ho”diceva quando le sobbalzava il cuore
“già” le rispondevo io.
Lavorava per la ditta del padre e questo le aveva garantito una rapida scalata al vertice. Non ho mai capito bene di cosa si trattasse, import-export di non so che. Guadagnava bene, molto bene, tanto che aveva fatto del profitto la sua ragion d’essere. Estremamente venale aveva calcolato con un intervallo di confidenza pari allo 0,05 quanto valevano i momenti che trascorrevamo insieme.
“questa settimana l’azienda ha guadagnato lo 0,03% in più rispetto al mediamente previsto. Possiamo fare l’amore 2,3 volte in più”
“già” le rispondevo io
Aveva le più belle tette di Padova. Le erano costate 2000 euro l’una e non mancava di farla notare con scollature procaci che più di una volta le avevano procurato affari vantaggiosi. Ma nel sesso era un po’ rigida. Calcolava i tempi delle nostre copule intertempi compresi. Ai suoi preliminari dovevano essere dedicati 13’ e 27” mentre ai miei 3’ netti altrimenti poi venivo troppo presto. Il rapporto vero e proprio affinché lei arrivasse all’orgasmo doveva durare non meno di 7’ e 50” e non più di 12’. Il limite inferiore lo dettava la sua fisiologia mentre il limite superiore sommato ai preliminari rappresentava il tempo massimo entro il quale riusciva a trascinare la sua eccitazione.
Credo che la reale causa dei suoi orgasmi fosse l’ottimizzare i tempi.

Francesco Boz

Francesco Boz

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