Prime Stesure – N 1 – George

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Prime Stesure

Apriamo la rubrica “Prime Stesure” con un racconto breve di Alessandro Venier, 22enne di Pordenone, che fin’ora si è dilettato a scrivere per piacere suo personale e dei suoi amici. Questa è la prima volta che viene pubblicato un suo lavoro.

Buona Lettura!

George

Un’altra giornata di lavoro è finita e finalmente me ne torno a casa.
Mi chiamo Sam e sono un pilota di aerei.
Piloto uno di quegli aerei che vedete ai telegiornali quando c’è un incendio.
I miei colleghi per scherzare mi chiamano pompiere volante.
A me non fa ridere.
Anche mio padre faceva questo lavoro e per un motivo o per un altro da vent’anni lo faccio anche io.
In tutto questo tempo ho spento più di duemila incendi e ho volato sopra tutti i boschi in fiamme da tutte le parti del mondo.
Ho scaricato milioni di tonnellate d’acqua dalle America all’India.
Ma questo lavoro non mi è mai piaciuto.
Non ho mai provato quel entusiasmo che mi descriveva mio padre nel volare.
Fondamentalmente siamo due persone molto diverse.
Lo siamo sempre state.
Fatto sta che per un motivo o per un altro mi sono ritrovato a fare il suo stesso lavoro.
Devo ammettere che avere avuto lui come mentore ha comunque facilitato molto le cose: non si è mai negato nei momenti in cui avevo bisogno di consiglio o nei momenti di sconforto in cui pensavo di non essere all’altezza dei compiti assegnatimi.
Però l’entusiasmo dei primi tempi è andato, lentamente ma inesorabilmente, via via scemando; adesso quando parto per una missione di soccorso non provo più niente.
L’impiego di responsabilità assegnatomi è diventato la cosa che, a parer mio, caratterizza la maggior parte dei  lavoratori del ventunesimo secolo: Routine.
La mattina la sveglia suona alla solita ora, sono le 6 e io apro gli occhi.
La giornata già programmata.
Mi alzo svogliatamente dal letto e vado in bagno a lavarmi.
Faccio correre l’acqua dal rubinetto del lavandino, la fermo solo quando si è riempito.
Immergo le mani.
E’ fredda.
Ne raccolgo il più possibile lanciandomela sul viso.
Ora non ho più dubbi: sono sveglio.
Completo le più classiche operazioni che si svolgono in un bagno, denti, barba ecc.
Poi arriva il momento a cui non riesco mai a sottrarmi; sono io, solo, davanti allo specchio.
Immobile mi guardo e penso.
Penso a chi sono a dove sono arrivato e a tutte le occasioni perse, agli amori lasciati alle spalle e a una vita di rimpianti.
Il telefono interrompe il mio  depressivo momento mattutino.
Esco dal bagno e torno in camera per rispondere.
So già che si tratta di una chiamata di lavoro.
Non può essere altrimenti.
Non mi chiama mai nessuno, se non i colleghi.
Come immaginavo.
E’ Pitt.
E’ arrivato da noi da poco.
E’ il classico ragazzo pieno di entusiasmo che contraddistingue i giovani.
La voglia di fare non gli manca e penso proprio che sarà lui a prendere il mio posto al momento prossimo della pensione.
Farfuglia nervosamente al telefono che c’è un emergenza e che devo andare subito al comando.
Attacco  la cornetta e dopo avere indossato la tuta da pilota, sempre quella da troppi anni, esco di casa e salgo sulla mia vecchia jeep.
Casa mia dista dal lavoro circa mezz’ora di strada; impiego dieci minuti ad arrivare.
Sempre la stessa strada, lo stesso supermercato, gli stessi giardinetti, lo stesso passaggio a livello chiuso.
È presto: incrocio poche macchine lungo il tragitto.
D’altronde a quest’ora la gente dorme.
Io invece sono già sveglio, ma già stanco.
Arrivo davanti alla stazione e mi fermo nel parcheggio a me riservato.
Anche questa mattina il mio umore è sbiadito, proprio come le linee bianche a terra che delimitano il mio parcheggio.
Mi tiro fuori dal mio mezzo e mi dirigo verso l’entrata dell’edificio che da anni vedo ormai solo con nostalgia.
Salgo i 4 scalini che precedono la porta di ingresso.
Entro.
Saluto Anna la signora che sta alla reception.
Anche questa mattina mi regala uno dei suoi lucenti sorrisi.
Ricambio con una smorfia.
Non sono mai stato un tipo di molte parole, ma negli ultimi anni, causa la senilità, penso di essere anche peggiorato.
A lavoro sono rispettato perché sono un veterano del posto e anche i nuovi assunti hanno capito come prendermi.
Non lo faccio a posta a comportarmi così; sono arrivato alla conclusione che tanti anni di solitudine cambino le persone, costringendole a ripararsi in un guscio protettivo dal quale difficilmente riescono poi ad uscire.
Proseguo il mio tragitto verso l’hangar e lungo il corridoio vengo raggiunto da Pitt.
È un ragazzo biondo poco più alto di me; sul metro e ottanta, magrolino e con un energia infinita.
Urla il mio nome agitatamente.
Lo  tranquillizzo e gli chiedo cosa è successo.
Ha il fiatone.
Ma riesce comunque a dirmi che il campo di grano ai confini della contea, durante la notte, ha preso fuoco.
Il campo è molto vasto.
Le fiamme sono arrivate fino al bosco limitrofo; se non si interviene subito c’è il rischio che si propaghi fino alla cittadina al di là delle colline.
Tra me e me penso di avere affrontato situazioni peggiori di questa.
Pitt mi scorta fino all’hangar.
Passiamo per il corridoio: è la parte che preferisco di tutta la palazzina in quanto su ambedue le pareti sono appese delle foto storiche a bianco e nero dei primi soccorsi aerei della zona.
In molte di quelle foto c’è l’aereo di mio padre.
Ogni volta che le vedo mi sembrano fuori dal tempo e suscitano in me emozioni contrastanti.
Camminiamo a passo veloce e in meno di un minuto siamo dentro l’hangar.
Il capannone è molto grande.
Al suo interno 4 aerei da soccorso e un elicottero.
Il mio naso, nonostante tutti questi anni trascorsi lì dentro, ancora non si è abituato all’odore dell’olio e della benzina.
Anche oggi lo vedo.
George.
Questo è il nome che ho dato al vecchio biplano con cui ho iniziato questo lavoro e che mi ha accompagnato in molte missioni di soccorso.
Il nome di mio nonno.
Tutti mi chiedono perché mi ostini a continuare a volare con quel ferrovecchio.
Rispondo sempre che sono un nostalgico e che fin quando una cosa funziona non bisogna sostituirla.
A vederlo non ha un bell’aspetto.
Il colore è di un rosso pallido, ma non è sempre stato così: lo avevo riverniciato una ventina di anni fa, dopo avere letto le avventure del barone rosso.
Appena verniciato era bellissimo.
Un rubino rosso che solcava il cielo.
Ma il tempo passa per tutti.
Anche per lui.
Il tempo è tiranno e non mi permette di naufragare nei ricordi.
C’è un incendio da spegnere ed è ora di partire.
Chiedo a Pitt se il serbatoio della schiuma è già stato riempito.
Di solito lo faccio io ma questa mattina, vista l’emergenza, non ne ho avuto il tempo.
Mi dice di essersi assicurato personalmente che tutto fosse a posto.
Prima di qualunque volo i meccanici e i piloti si assicurano che il mezzo sia a posto e pronto a volare.
Mi fido di Pitt e dei meccanici dell’hangar.
Li conosco da molto tempo visto che sono il più vecchio li dentro.
Senza indugiare mi arrampico sulla scaletta e mi siedo sulla postazione da pilota.
Sono circondato dalle solite centinaia di leve, levette e interruttori.
La prima volta che mi sedetti li dentro, avvolto dai comandi dell’aereo, mi prese il panico.
Ora, a distanza di trent’anni, non mi fanno più alcun effetto.
Le mie paure e timidezze sono belle che vinte.
Pitt toglie i blocchi ai carrelli.
Come al solito mi augura buon lavoro e si allontana .
Premo start e George fa sentire ancora volta la sua voce.
E proprio un aereo di altri tempi: il suo rumore è completamente diverso dai mezzi odierni.
L’elica produce un sibilo metallico inconfondibile che lo rende decisamente affascinante.
A differenza degli aerei d’oggi totalmente impersonali, George ha una forte personalità e canta ancora che è una bellezza.
Il motore si sta ancora scaldando.
Intanto le grandi saracinesche dell’hangar si stanno alzando.
La luce gialla del mattino passa attraverso lo spiraglio e illumina tutto il capannone.
Ora sono abbastanza alte per poter uscire.
Sposto la cloche in avanti ed esco dall’hangar.
Una volta fuori mi allineo alla pista e aspetto conferma di decollo.
Pochi istanti e ho il permesso di decollare.
George cammina sempre più veloce, corre.
Quando raggiungo la giusta velocità tiro verso di me la cloche ed io e George ci libriamo in volo ancora una volta.
E una mattina serena, limpida.
Qualche bianca nuvola qua e la.
Ricevo via radio le coordinate dell’incendio.
Non è molto distante.
Impiegherò una decina di minuti ad arrivarci.
Volo sopra le colline e ripenso a quante volte ho visto quel paesaggio dall’alto.
Ho perso il conto.
Veramente tante.
Forse troppe.
Eccola là.
Una nuvola di fumo nero si alza dal bosco vicino al campo di grano.
Come delle formiche operaie, i pompieri stanno già indirizzando le loro attenzioni e i loro getti d’acqua al campo in fiamme.
A causa della conformazione del terreno sono costretti a dedicarsi prima al campo.
Via terra non hanno modo di avvicinarsi al bosco.
Un muro di fiamme li separa dal mio bersaglio.
Sorvolo la zona un paio di volte prima di decidere il da farsi.
Scelgo di dedicarmi prima al boschetto in modo da evitare il propagarsi delle fiamme nella zona residenziale non molto distante.
Comunico le mie intenzione via radio alla base e inizio la manovra.
Viro a sinistra, la mia traiettoria forma un semicerchio.
In questo modo acquisto la giusta velocità, portandomi parallelo alle fiamme.
Scendo in picchiata e poco prima di essere sopra l’incendio rilascio la schiuma.
Come una valanga ricopre tutto ciò che le sta sotto.
Il grosso sembra essere fatto.
Il fumo del bosco è ora bianco.
Ma non si è mai troppo sicuri in questo lavoro: comunico con Pitt via radio per informalo della dinamica dell’azione.
Si congratula con me ancora prima che faccia in tempo ad avvisarlo del secondo giro di ricognizione. Mi dice anche che stava giusto decollando anche lui per venire a dare manforte nei pressi del campo di grano.
Inizio la manovra di ricognizione: ma qualcosa non va’.
Improvvisamente la cloche sembra essersi bloccata.
Faccio leva con tutte e due le braccia, ma niente.
Non si muove.
Non capisco!
Cosa è successo!?!
George è stato controllato poche ore prima!!
Non c’erano avarie!!
Mille pensieri mi attanagliano.
Considero George come una persona prossima alla pensione: proprio come me.
Che sia anche lui stufo di una vita monotona?
Che sia arrivato al suo limite?
Che abbia deciso di dire basta?
Non so che pensare.
Riesco miracolosamente a mantenere la calma.
Afferro il microfono e lancio il May-Day.
Il campo base mi dà delle istruzioni ma è tutto inutile.
Non riesco più a manovrare.
Perdo quota rapidamente.
Di questo passo mi schianterò contro le colline.
Stranamente sono ancora calmo.
Il tempo sembra rallentare.
Mi guardo intorno e mi accorgo di un uccello che vola vicino a me.
E molto grande, bianco.
Sembra un albatro.
La luce del mattino gli dona un fascino particolare.
Sembra non avere preoccupazioni, è libero.
Apre e chiude le ali con grande maestosità.
Un attimo dopo gira il capo verso di me.
Ci guardiamo e per un istante ho l’impressione che mi sorrida.
Il mio corpo è attraversato da una scarica di adrenalina che non provo da anni.
Mi balza alla mente il ricordo dei racconti di mio padre.
Solo in quel momento comprendo veramente perché amasse tanto volare.
La libertà.
Sul mio volto senza accorgermene si materializza un sorriso che da troppo tempo non si scorgeva.
E una sensazione bellissima.
In quegli istanti il tempo sembra essersi fermato.
Ma non è così.
Un’ombra mi distoglie dai miei pensieri.
È l’ombra della collina a interrompere quel momento.
Guardando avanti mi accorgo di essere troppo vicino.
Troppo basso.
Troppo tardi.

Alessandro Venier - scrittore

Alessandro Venier