Micah P Hinson @ Unwound Club Padova – 22 Aprile 2009

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Coi primi caldi e la piazza gremita di gente in festa solo un pazzo potrebbe prendere una bici, pedalare da solo fino alla stazione, salire il cavalcavia dell’Arcella e rinchiudersi in un locale, soprattutto se tutto questo viene fatto per un concerto di un imperfetto sconosciuto: Micah (letto Maica ) P. Hinson.

Dico sconosciuto perché nonostante la sua discreta popolarità, sia a livello europeo che a livello di  amici, non mi son mai deciso ad ascoltare uno dei suoi pezzi, mancanza di voglia o mancanza di noia, dipende da cos’è che ti spinge a prendere un cd, metterlo nel lettore e stare da solo per il tempo di alcune sigarette con le cuffie isolato dal resto del mondo.

Dico imperfetto perché mi son informato prima di andare li, non tanto su cosa fa ma su chi è, questo per poter capire per quanto possibile da un semplice primo impatto la sua musica.

Nato a Memphis nel 1981 da una famiglia pressoché normale, fin da giovanissimo ha avuto contatti con la musica più o meno diretti, soprattutto per merito del padre, che gli regalò la prima chitarra all’età di undici anni. Solo nove anni dopo Micah era tossicodipendente, senzatetto e aveva dichiarato bancarotta.

Dal primo demo (The Baby and the Satellite – 2000) passiamo direttamente al terzo ed ultimo album (Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra – 2008) e relativo tour.

Arrivato li trovo subito alcuni amici venuti anche da relativamente lontano, l’ingresso dell’ Unwound (www.unwound.it) è stracolmo di gente. Entro e sta suonando Alessandro Raina (ex Giardini di Mirò, ora Casador) e lo stramaledico perché avevo chiesto pure io per aprire questa data, invano e inveisco. Tra l’altro non mi entusiasma neppure, avevo sentito alcuni suoi lavori e non mi erano dispiaciuti ma chitarra e voce non mi da le stesse sensazioni. Ordino da bere e prendo posto, mi siedo per terra davanti al palco in prima fila: non è che voglio fare l’arrogante, è che mi devo ancora riprendere dal cavalcavia dell’Arcella. Inoltre in questa esatta posizione ho visto il secondo concerto più bello della mia vita. Ed è in quella stessa identica esatta posizione che vedo quella sera il terzo concerto più bello della mia vita. Ecco scalzati via i Placebo a 14 anni, il pogo esce dalla mia top three credo per sempre, forse un po’ lo spero.

Micah P. Hinson - Photo by Federico Piccin

Son già passate le undici quando Micah entra accompagnato dalla moglie (alle tastiere per due pezzi, per il resto lo guarda e sorride ma è incantevole) e da un batterista: si scusa, avrebbe voluto portare tutti gli oltre dieci artisti che han collaborato al disco ma sarebbe stato troppo costoso. Prima e ultima scena di gentilezza (thank you esclusi, puntuali alla fine di ogni canzone), per il resto chiede con arroganza come stiamo e non esita un secondo a dire ad un gruppetto di italioni (si proprio cosi, cazzo siamo degli incivili ai concerti) che avrebbe fatto the leading guy a patto che ponessero fine a quello strazio, perché stavano disturbando tutti quanti i presenti – che dire, coi toni che usa certo non smentisce la fama di rissoso letta in rete.

Reale. Non riesco a trovare una parola più adatta ad una performance del genere. Quando urla trema, quando rallenta deglutisce e trattiene le lacrime. Vibra. Sarà pure sotto farmaci (“Sono sotto farmaci, potrei morire” la risposta ad un drink offerto) ma è ipnotico. Non sono coinvolti i neuroni a specchio ma trema lui e tremo io. Quasi piange lui e quasi piango io. Sono un clone, non riesco ad avere sensazioni autonome e personali, sono le sensazioni che lui ha e che esprime con solennità usando voce e chitarra. A primo impatto le canzoni mi paiono molto belle, riescono a tenermi concentrato lungo tutta l’ora e mezza che separa l’inizio dalla fine, saranno grosso modo una decina. Non è folk. Non è post rock. E’ Micah P. Hinson. E voi dovete andare a sentirlo.

La galleria di Micah P. Hinson su LocalsMagazine