Mellow Mood – L’Evoluzione

, , commenti

Mellow Mood

Mellow Mood – Foto di Alessandro Venier, grafiche di Federico Manias

Energia, entusiasmo, esuberanza. Questi sono gli ingredienti principali dei Mellow Mood. Tutti o quasi pordenonesi doc, girano in lungo ed in largo l’Italia e l’Europa grazie al successo dei loro primi due album, “Move” e “Well Well Well”. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Lorenzo, Jacopo e Giulio, rispettivamente L, J e G,  e di scambiare quattro chiacchiere per capire cosa è cambiato dai loro inizi ad adesso.

Raccontateci la nascita dei Mellow Mood.

L- Nasciamo nel 2005. Come per tante altre band, tutto è cominciato da un rapporto di amicizia. Suonavamo nelle salette prove, facendo qualche cover di Bob Marley e qualche pezzo nostro. Nel 2006 avevamo fatto uscire un primo EP. Nel 2007 abbiamo avuto l’opportunità di suonare per la prima volta al Rototom Sunsplash. Ci abbiamo suonato per gli anni successivi, fino al 2010. Nel 2008 riusciamo a vincere per il Friuli l’Italian Wave. L’anno successivo è uscito “Move” il nostro primo album. Sempre nel 2009 abbiamo partecipato e vinto L’Italian Reggae Contest, arrivando terzi in Europa. Il premio era un tour di 6 date, grazie al quale abbiamo conosciuto i club dove suoniamo più spesso. Sempre in quel periodo iniziavamo a suonare nei festival. In seguito abbiamo suonato al Rototom in Spagna. Questo è stato uno dei concerti più importanti per noi.  Nel 2011, per il trentennale della morte di Bob Marley abbiamo partecipato allo Unity Tour, facendo 16 concerti in Italia e 6 in Spagna.

Qual è il primo ricordo legato al reggae?

J- Ricordo un’estate passata ad ascoltare Saint Anger dei Metallica e una compilation di Bob Marley. (ride) In quel momento ho capito che il reggae faceva per me. Sempre quell’estate avevo trovato un’altra cassetta, un’altra compilation di Bob Marley, in cui c’era una versione bellissima di “Mellow Mood”, che è la canzone che da il nome al nostro gruppo, ma che non ho mai più ritrovato.

G- Mi ricordo di una sera in cui ho visto i BR Stylers. In quel periodo ascoltavo rock, punk. Mi sono piaciuti, si portavano dietro un bell’immaginario. Ho continuato ad approfondire il genere e sono arrivato qui.

Com’è la convivenza artistica allinterno di una band cosi numerosa?

J- Come in tutti i rapporti ci sono alti e bassi. Nel nostro caso la convivenza è buona, anche perché siamo in giro da un po’ e di solito le band non durano cosi tanto. Inoltre nelle band reggae i ruoli non sono gli stessi delle rock band tradizionali. In una rock band i ruoli veri sono più nascosti, c’è una logica diversa, per quanto poi ci sia un capo vero e proprio. Nel reggae le cose funzionano in un altro modo. Negli ultimi anni ci sono stati molti cantanti supportati da backing band. Noi invece siamo un band vera e propria. Questa è una cosa che sta tornando, sulla quale puntano di nuovo.

Tornando alla convivenza nella nostra band, negli anni ognuno si è creato liberamente il proprio ruolo e quando questi ruoli si incastrano le cose funzionano bene.

G- Per me la band è come una piccola tribù, ognuno cresce liberamente, c’è chi va via e c’è chi arriva e si unisce a noi. Rimane in ogni caso un nucleo fisso, che mantiene l’identità del gruppo.

In questo periodo state girando molto. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della vita in tour?

L- L’unico aspetto negativo dell’essere in tour è che passi tantissimo tempo in macchina. Tutto il resto è positivo! Per noi il concerto è la dimensione che ci soddisfa di più. Si conoscono persone nuove, provi un sacco di emozioni, spesso contrastanti, fai quello che ti piace, sei fuori di casa, vedi un sacco di posti e capisci un po’ il paese.

Qual è lelemento fondamentale di un buon concerto?

L- La calorosità della gente!

G- Si dice il calore, non la calorosità!

L- La calorosità, scrivi calorosità! Il calore della gente… i concerti più belli sono quelli con più energia, quelli in cui si è più uniti, non per forza quelli con più gente. Le condizioni tecniche non sono quello che mi ricordo. La cosa più importante è quanto coinvolgimento emotivo c’è stato tra noi e il pubblico.

G- Ci sono tante variabili. Una cosa molto importante è come l’organizzatore si pone nei tuoi confronti. Ci sono club bellissimi dove ti trattano malissimo, e club più piccoli dove invece ti senti a casa.

L- Chi svolta veramente la serata, se ti trovi in posto un po’ ostile, è il pubblico. Poi ci sono posti come la Polonia, dove tutto è perfetto! Quello che fa il concerto per te musicista, quello che ti rimane se devi scegliere tra i ricordi, è il momento in cui hai sentito più partecipazione.

Chi scrive? Come componete?

L- Noi non si scriviamo! Noi copiamo!!! Andiamo su internet, cerchiamo dei testi, dopodiché c’è un semplice programma che incolla una frase dopo l’altra mescolando le frasi… è incredibile…

G- Poi è bello perché ti permette di scegliere le rime…

(ridono)

L- Esatto! Questo per quanto riguarda i testi! Per quanto riguarda la musica ancora non sappiamo chi la scrive. A noi arrivano delle buste con dei dischi, chi li scrive non si sa… probabilmente è sempre un software….

(ridono)

J- Fondamentalmente la maggior parte dei pezzi li ho scritti io, qualche canzone Giulio, qualcuna mio fratello. Gli arrangiamenti li facciamo insieme con Paolo Baldini, ma melodia e testo li scriviamo noi.

Che evoluzione c’è stata tra il primo e il secondo disco?

J- C’è stata un’evoluzione tecnica in tutti i sensi, un salto di qualità. “Move” era una raccolta di canzoni giovanili che potevo aver scritto io, con l’eccezione di un brano, che è stato scritto da Giulio. Non avevamo deciso di registrare un disco. Era il nostro primo album, non avevamo tanta consapevolezza di quello che stavamo facendo. L’unico ad averne era Paolo Baldini. “Move” aveva una maniera molto istintiva, giovane e libera di far fluire l’energia che abbiamo dentro. È cosi che mi spiego il suo successo. Era un disco fatto con molto entusiasmo, pensando poco. “Dance Inna Babylon” è un pezzo nel quale abbiamo creduto tutti, per questo ha avuto un grande successo senza alcuna promozione. Forse per questo motivo, ancora oggi, alcuni fan preferiscono “Move” a “Well Well Well”.

L- “Move” è stato una calamita per il pubblico, per questo rimane importante per noi, ci ha fatti conoscere.

In “Well Well Well” volevamo sperimentare con i sottogeneri del reggae, impadronirci di questo linguaggio. Oltre ad una necessità espressiva, avevamo un obiettivo in mente. Volevamo imparare a esprimerci nel modo in cui si esprime il reggae, in tutte le sue sfaccettature. Non ci siamo detti “Adesso facciamo un disco”. Ci siamo detti “adesso impariamo a scrivere cosi”. Da questo è nato automaticamente l’album.

J- Well Well Well” è più ponderato. Si esprime con maggiore consapevolezza, sia nella scrittura che nel messaggio. “Move” era un contenitore dove abbiamo messo tutto quello che avevamo. “Well Well Well” invece è un disco setaccio.

G- Per me la principale differenza è che “Move” è capitato, mentre “Well Well Well” è stato voluto.

Com’è stato lavorare con Paolo Baldini?

G- Il lavoro con Paolo si può riassumere con la frase: Paolo ha ragione!

L- Secondo me è sufficiente! Non sono sarcastico, bisogna avere fiducia nel produttore. È bello lavorare con lui.

G- Noi ci fidiamo ciecamente di Paolo ed è bello vedere che in fondo anche lui si fida di noi.

L- Ci sono anche stati dei contrasti all’inizio, poi abbiamo capito che Paolo ha ragione… e ci siamo silenziosamente adeguati (ride).

Comunque è prima di tutto un rapporto di amicizia, poi un rapporto lavorativo, questo rende la collaborazione forte. Poi, più passa il tempo, più ci troviamo bene a lavorare insieme.

Com’è stato il passaggio sotto un etichetta indipendente?

L- Lavorare con un’etichetta come La Tempesta è assolutamente vantaggioso! Ci sentiamo liberi di esprimerci, non abbiamo vincoli. La Tempesta canalizza quello che facciamo e ci danno supporto. È la cosa migliore che poteva succederci, perché ci sprona a continuare a lavorare, a sviluppare le nostre idee. Poi sono stati coraggiosi, siamo l’unica band reggae, hanno fatto una scelta particolare prendendoci.

Avete mai pensato a trasferirvi altrove, per continuare la vostra carriera musicale?

L- Pensare non è da Mellow Mood! Come vedi noi siamo gente d’azione (ride)! Abbiamo fantasticato di trasferirci con tutta la band, ma rimane una fantasia, non è possibile. Qui in Italia, alla fine, che tu sia a Milano o a Pordenone, hai le stesse opportunità.

G- Trasferirsi sarebbe interessante ma solo da un punto di vista lavorativo. Ora come ora stiamo lavorando tanto qui

J- Si Gianni (avvocato immaginario, ndr) dimmi… ah non si può usare la parola lavorando… cioè puoi usare lavoro ma non il gerundio.

G- (ride) eh si stiamo lavoro tanto qui in Italia, anche facendo base qui stiamo creando una buona rete di contatti. Se volessimo approfondire il genere i posti dove andare sarebbero la Jamaica o Londra

L- Continuo a sognare un periodo in Jamaica, per lavorare, per studiare il genere, imparare. Se si andasse, dove quella musica è più viva, per studiare, direi subito di si.

Non vorremmo andare in Jamaica per suonare, vorremmo andarci per avere un contatto diretto con il luogo dove questa musica nasce. Credo proprio che lo faremo…. Anzi puoi dire che tra il 2013 e il 2014 succede questa cosa, sempre che i Maya si sbaglino!

Abbiamo finito, come da tradizione, consigliateci qualche brano da ascoltare.

Ecco i nostri consigli un po’ schizofrenici:

 –

In esclusiva per Locals Magazine un live acustico di “Refugee”

Articoli Simili

Link Utili