Luciana Pandolfelli, il montaggio ovvero l’arte di chiudere un film

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Luciana Pandolfelli è una pordenonese adottiva. Nata in Argentina, ha trascorso la sua adolescenza nella nostra città. La passione per il cinema l’ha poi portata a Roma, destinazione (purtroppo) obbligatoria per chi vuole fare questo lavoro in Italia.

Oggi è una montatrice affermata e una fedele collaboratrice di Fausto Brizzi, regista di commedie sentimentali come “Notte prima degli esami”, “Ex” e “Maschi contro femmine”. Insieme hanno esordito nel 2006, con enorme successo, e sono diventati gli esponenti di punta della nuova commedia all’Italiana. Certamente i loro film non sono i preferiti dei cinefili più impegnati, però hanno il merito di essere tra le poche opere italiane a riuscire ancora a competere con la concorrenza americana e a garantire la propria sopravvivenza senza dipendere dai fondi statali. In questo periodo di crisi, del cinema e generale, sentiamo il bisogno di dare il merito a chi in Italia fa funzionare le cose.

Come giustamente dice Luciana, la commedia è il vero genere italiano, perché mette insieme la nostra sensibilità, la nostra cultura e, soprattutto, ha dei costi che ci possiamo permettere. Gli altri generi, invece, sono lentamente scomparsi, fagocitati dai budget stratosferici dei prodotti americani. Del resto, come si può produrre un film di fantascienza in Italia, oggi, se poi deve competere con “Iron Man”?

Luciana Pandolfelli montaggio di Com'è bello far l'amore 3D

Luciana Pandolfelli durante il montaggio di “Com’è bello far l’amore 3D”

Quando è nata la passione per il cinema?

Intorno ai 14 anni. Già prima guardavo qualunque cosa, sono sempre stata onnivora. Non è stato un film in particolare a scatenare la passione, è stata più una conseguenza. Da quell’età in poi sono diventata una fanatica.

A Pordenone c’era Cinema Zero che all’epoca faceva una programmazione molto bella, perché era in continuo cambiamento e portava dei film che altrimenti non avrei mai conosciuto. Organizzava molte rassegne, la settimana del cinema Polacco, o Ungherese, o Americano. Uno poteva andare al cinema tutti i giorni. Con loro a Pordenone ho seguito anche un corso di linguaggio cinematografico. Alla Casa dello Studente, in quegli anni, ero nell’organizzazione del Cineforum e tramite questo ci procuravamo i tesserini da “finti” giornalisti per andare alla Mostra del Cinema di Venezia. Lì guardavamo 5 film al giorno per 15 giorni. Era fantastico.

C’è qualche autore che ti piaceva particolarmente?

I miei registi preferiti sono sempre stati gli americani. Spielberg, Lucas, Scorsese, Spike Lee, Tim Burton. I registi che adesso hanno tra i 50 e i 60 anni, quella è stata la generazione che mi ha cresciuta.

Quando hai capito che volevi fare la montatrice?

Ovviamente non si inizia con un’idea chiara, è un processo che va dal generale al particolare. Io sapevo di voler lavorare nel cinema e che volevo stare dietro la macchina da presa. E non volevo fare il critico: nella mia epoca era difficile sperimentare, perché non esistevano videocamere, programmi di montaggio e tutte le facilitazioni tecnologiche che adesso possono farti avvicinare al cinema in modo pratico e intuitivo. Se volevi fare cinema era un processo più teorico, quindi molta gente si avvicinava dal punto di vista della critica, della storia del cinema. A me non interessava scrivere di cinema e non me ne fregava niente di studiare storia del cinema in una scuola, in questo preferivo formarmi da sola. Io volevo la pratica!

Dopo il diploma mi sono iscritta ad architettura a Milano, che era un’altra delle mie idee. Dopo un anno ho capito di aver sbagliato ed ho mollato. Nel frattempo ho cominciato ad informarmi su dove bisognava andare per imparare e tutto portava al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, che all’epoca era l’unica scuola pratica, al di fuori dall’Università.

Al CSC si poteva fare domanda per una sola specializzazione. La prima volta che ho provato avevo 21 anni, era il ’90. Ho iniziato a cercare di capire cosa mi sarebbe piaciuto fare e alla fine sono rimasta con Regia, Sceneggiatura e Montaggio. Regia m’intrigava ma era tutto e niente, non riuscivo ad afferrare cosa significasse in pratica. Sceneggiatura era interessante, ma poco stimolante come prospettiva di vita quotidiana. Montaggio invece aveva un aspetto tecnico che mi affascinava, un aspetto materiale e pratico oltre a quello creativo. E il montaggio è davvero lo specifico del cinema.

Alla fine ho scelto Montaggio e sono stata scartata. Però nel frattempo ho conosciuto delle persone che mi hanno insegnato un bel po’ di cose e fatto vedere come funzionava una moviola, questi luoghi bui dove caricavi e scaricavi le pellicole… Due anni dopo ho riprovato al CSC e sono entrata. Oggi monto da venti anni e devo dire che non mi sono mai pentita della scelta.

Cosa significa fare il montatore?

Generalmente si dice che “al montaggio puoi salvare un film o puoi rovinarlo”. È vero, ma non proprio. Al montaggio il film non si fa ma si chiude, quindi io direi che “lo puoi chiudere bene oppure male”. Al montaggio devi far emergere il potenziale migliore del film, che a quel punto è molto stratificato: hai una recitazione, una regia, gli aspetti tecnici come fotografia, suono… Il meglio è il compromesso tra il meglio di tutto. Se un’inquadratura è sfocata, ma la recitazione è migliore rispetto ad un’altra inquadratura a fuoco, devi decidere cosa è più adatto al tuo film. Ci sono alcuni lavori che non si possono permettere sfocature perché hanno un’estetica così curata che una sfocatura farebbe saltare lo spettatore  sulla sedia. Altri se lo possono permettere… Sono scelte che fai istintivamente, man mano che acquisisci esperienza con il lavoro.

Com’è stata l’esperienza al CSC?

È stata ottima, con tutti i suoi difetti il CSC resta una grande scuola. Il corso di montaggio t’insegna a riflettere sul perché e percome fai i tagli e racconti una storia in un certo modo. Ti porta ad avere occhio. Poi all’epoca senza il CSC non potevi mettere mano alle moviole se non facendo una gavetta lunghissima. Dopo la scuola la dovevi fare comunque, però avevi già avuto modo di fare una esperienza diretta di montaggio. E questa è una bella differenza.

Pensi abbia la stessa utilità anche adesso che ci sono i programmi e la tecnologia?

Oggi è venuta meno la necessità di avvicinarsi all’aspetto pratico però è cresciuta esponenzialmente la necessità di affrontare l’aspetto metodologico. Molti oggi imparano la tecnica utilizzando un software e pensano così di imparare anche la teoria. Ma un software non insegna il linguaggio cinematografico. Quindi oggi il Centro acquisisce una grande importanza teorica. Perché saper usare un programma di montaggio non vuol dire saper montare.

Notte prima degli esami di Fausto Brizzi, poster

Andiamo avanti negli anni. Il salto di qualità nella tua carriera è avvenuto nel 2005 con “Notte prima degli esami”. Com’è stata l’esperienza? Vi aspettavate quel successo?

L’esperienza è stata molto bella, perché era un’opera prima, fatta con molto entusiasmo e senza nessuna aspettativa. Il successo all’epoca è stato clamoroso, quindi ha avuto tutti gli ingredienti del sogno.

Da quel momento hai collaborato stabilmente con Fausto Brizzi. Come vi siete conosciuti e com’è il vostro rapporto?

Ci siamo conosciuti al Centro Sperimentale. Lui studiava regia, anche se poi ha lavorato per anni come sceneggiatore. Il progetto di Notte era iniziato come una sceneggiatura, appunto, scritta da lui e Marco Martani, suo collaboratore da sempre. La sceneggiatura era stata comprata da una produzione, che adorava la storia ma non riusciva a trovare un regista che volesse prenderla in mano senza modificarla. Dopo un anno, hanno finito per proporre a Brizzi di dirigerlo. Poi lui mi ha chiamato, dopo molto tempo che non lo sentivo, e mi ha chiesto di montare il film.

La collaborazione con Fausto è sempre stata di grandissima fiducia e stima. Tra noi c’è una collaborazione totale. Io leggo la sceneggiatura, faccio le mie note, i miei commenti… Monto già durante le riprese. Fausto è molto abile a stare su più fronti contemporaneamente e seguire anche il montaggio durante le riprese. Per la produzione di Maschi contro Femmine mi sono trasferita anch’io a Torino, dove stavano girando, e montavo nell’albergo dove alloggiavamo. Durante Ex avevamo un appuntamento telefonico ogni domenica, dove discutevamo del dvd con il montato della settimana che gli avevo inviato il venerdì… C’è stata più di una occasione in cui abbiamo cambiato o tolto delle scene durante le riprese in virtù di quello che succedeva al montaggio, anche se non è mai successo di dover risolvere dei buchi di sceneggiatura, perchè le loro sceneggiature sono sempre solidissime.

Ex di Fausto Brizzi, poster

Qual è il progetto di cui sei più fiera?

Il film che mi piace di più tra quelli che ho montato è Ex. È il primo film ad incastro di storie che abbiamo fatto ed è stato anche il montaggio più lungo. Inizialmente il film durava 2 ore e 20, che abbiamo portato a 2 ore affinandolo battuta per battuta, fotogramma per fotogramma. È lavoratissimo, non ci sono refusi, è ben dosato. Quando lo riguardo me ne accorgo.

Insieme avete fatto anche uno dei primi film italiani in 3D…

Si, Com’è bello far l’amore è stato girato in 3D e lì c’è stato uno sforzo tecnico e artistico notevole, per il confronto con questa tecnologia nuova per tutti. È stata tosta perché in post produzione ad ogni momento incappavamo in questioni tecniche da risolvere.

Lo rifaresti?

Si. A me il 3D piace molto. Credo che si esprima al meglio nell’animazione, perché in quel campo puoi avere un controllo talmente completo sul 3D che lo sfrutti al massimo.

Com'è bello far l'amore di Fausto Brizzi poster

È difficile trovare qualcuno che apprezza il 3D.

Guardo in 3D tutto quello che posso. 2D e 3D non sono necessariamente assimilabili. Quando ti abitui a guardare il 3D e vedi in 2D un film che uscirà anche in 3D, ti rendi conto di tutto quello che è stato pensato per sfruttare lo stereoscopico. Per esempio in Vita di Pi, il 3D porta al massimo la ricerca estetica che John Woo ha perseguito in quel film.

Ovviamente il 3D ha un problema reale, che è la scomodità degli occhialini. In più, quando la proiezione è difettosa è un vero guaio, mentre nel 2D non te ne accorgi neanche. Quando facevamo le proiezioni di controllo di Com’è bello far l’amore in sala ci è capitato di tutto: da uno dei due proiettori sfocati alle lampade di proiezione troppo consumate e quindi con un’illuminazione insufficiente… e con il 3D parti svantaggiato, visto che già gli occhialini abbassano la luminosità.

Il 3D può essere davvero fastidioso se la proiezione è sbagliata.

Hai progetti nuovi in cantiere?

A luglio dovrebbe partire il film di Fausto per Natale. È la prima volta che facciamo un film per Natale, per noi è un evento.

Cercate di prendere il posto della commedia di Natale?

Assolutamente no, resta sulle corde di Fausto, sarà una commedia sentimentale romantica.

Fausto Brizzi, Marcello Montarsi nel set di

Fausto Brizzi (sinistra) e il direttore della fotografia Marcello Montarsi (centro) sul set di “Com’è bello far l’amore”

Cosa è cambiato nel cinema italiano da quando hai iniziato?

È stata una lunga e inesorabile china discendente… Tra il 2002 e il 2007 c’è stata una piccola ripresa, soprattutto rispetto alla commedia, con Notte prima degli Esami ma anche con i film di Muccino, che commedia non sono. Questi film hanno creato una nuova generazione di attori e hanno riportato la gente a vedere il cinema italiano. Quella vena oggi si sta parzialmente esaurendo. Il filone del cinema di autore, di ricerca o non prettamente commerciale ha, e ha sempre avuto, una vita ancora più difficile.

Però diciamocelo, il cinema è in crisi per vari motivi. Il primo è certamente la crisi generale e a quella non si sfugge. Poi c’è una crisi di contenuti del nostro cinema, che oggi non sempre riesce a parlare al pubblico, e poi ancora c’è la crisi del cinema come mezzo in sè.

La fruizione del cinema oggi passa anche da altre parti, dallo streaming, dalla tv di casa, o da altri mezzi, e non perché la gente non abbia voglia di guardare i film o racconti per immagini. Anzi, mai come oggi c’è un consumo così massiccio di audiovisivo. Però non si va più necessariamente al cinema a vederlo, si consuma in maniera diversa.

Oggi le serie Tv hanno praticamente sostituito il vecchio cinema popolare, quei film che si facevano a valanghe negli anni ’60, che ogni domenica gli italiani andavano a vedere. La serie Tv, tra l’altro, con i mezzi di oggi le puoi fruire come preferisci, in base ai tuoi tempi: puoi guardare una puntata, tre puntate o tutta la serie di fila quando è più comodo a te.

Il cinema e la sala cinematografica probabilmente diventeranno di nicchia, come è successo per il teatro. Il “pubblico di massa” saranno i dieci amici riuniti a casa. Quindi non è che non abbia più senso fare cinema, è pensare al cinema in maniera tradizionale che non ha più senso. In Italia questo aspetto mi sembra ancora troppo sottovalutato.

All That Jazz di Bob Fosse, poster

Ultima domanda. Consigliaci un film.

All That Jazz. E’ un film musicale sulla storia di un coreografo che ho sempre amato, molto intenso e narrato in maniera molto particolare. Il direttore della fotografia è Giuseppe Rotunno. Una volta ho assistito a una proiezione del film al CSC con lui che commentava, è stato un sogno.

Come al solito, un po’ di link utili

N.d.R. Ringrazio Clemente Ivan per avermi aiutato con l’intervista.