Intervista a Railster

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Railster è un giovane artista friulano di casa alla Reddarmy, etichetta che ci sta abituando bene in fatto di alta qualità delle uscite e ricercatezza del sound. Capofila italiano di un hip hop strumentale ed astratto denominato all’estero wonky beats, il nostro ha all’attivo un album, Patchwork Anthems, ed un podcast per il newyorchese Grunge Cake Crisis Magazine che lo ha eletto artista del mese. Lo abbiamo raggiunto via Skype per una chiacchierata. 

Ok Andrea, innanzitutto ti chiedo di presentarti: nome e cognome, dove vivi, quanti anni hai.

Mi chiamo Andrea Uliana, in arte Railster, abito a Passons, un piccolo paesino a pochi chilometri da Udine e ho ventisei anni.

Primo approccio con la musica? Primi ascolti che credi ti abbiano spinto verso il fare musica?

Ho una sorella di dieci anni più grande di me, quando ero piccolo dormivamo nella stessa stanza, questo ha fatto sì che iniziassi ad ascoltare molta musica già quand’ero piccolo: era il periodo Guns ‘n’ Roses, Anthrax e Iron Maiden, quindi anche se può sembrare stupido credo che questo mi abbia influenzato molto nell’amare la musica!

Parti da ascolti molto distanti dal tuo suono attuale, volendo mettere dei paletti…

In realtà direi che quei gruppi rock non mi hanno influenzato come musicista, rappresentano più i miei primi ricordi legati alla musica (dimenticavo i Nirvana, ahah!). Molto dopo ho iniziato ad appassionarmi all’hip hop e con questo ho voluto imparare a farlo.

Mi ricordo che facevo le cassettine da mettere sull’autobus che mi portava alle medie. Registravo tutto dalla radio e poi facevo queste compilation che qualche volta riuscivo anche a vendere!

Cosa mettevi in quelle cassette? Cosa attirava i tuoi primi ascoltatori?

Mah, sicuramente avevo pochi rivali sul mercato… Mettevo dance tipo i 20fingers! Te li ricordi?

20fingers, certo, Short Zick Man!

…oppure mettevo una bomba che riseleziono ancora adesso: Cantaloop degli US 3, bellissima, c’ho messo molto per ritrovarla, ma è famosissima, nei primi 90 mi ci ero innamorato!

Invece come sei entrato in contatto con l’hip hop? C’era una scena locale alla quale facevi riferimento? Oppure hai fatto da solo?

Come ti dicevo ho sempre ascoltato molta musica, quando ero più ragazzino ascoltavo punk, metal, crossover, i vinili di mio padre, mi ha sempre incuriosito tutta la musica. C’erano alcuni miei amici che suonavano in gruppi metal, e io ascoltavo i Deftones, o cose del genere. Alle superiori, invece, un mio amico mi aveva fatto conoscere il rap, ho incominciato ad avvicinarmi all’hip hop, ho messo su un gruppo con i miei amici dell’epoca, e mi sono preso il ruolo di “quello che fa le basi”. Era molto divertente!

Un inizio da produttore insomma!

Si, ho sempre fatto più il produttore che altro, mi ha sempre affascinato l’idea di poter manipolare i suoni. Poi la tecnologia mi è venuta incontro, mi han dato un floppy con dentro una sorta di Fast Tracker e da li sono uscite le mie prime sperimentazioni. Con quel gruppo, poi, abbiamo suonato per un pò insieme, fatto un paio di demo, e poi ognuno ha intrapreso la propria strada.

Invece a proposito di software e strumentazione, quanto credi che sia importante il set up in fase di produzione? Credi che influenzi il tuo suono? Credi che sia più importante ciò che si usa o come lo si usa?

Mah; io credo che prima di tutto sia importante ascoltare molta musica, poi viene il resto. Non lo dico per schivare la tua domanda ma credo la tecnica sia molto soggettiva e basata sul gusto e l’esperienza personale. Io spesso mi informo su programmi o “cose” che utilizzano altri, ma credo che alla fine conti molto l’idea. Personalmente ho sempre usato prevalentemente un pc per fare musica, con i campionatori mi ci son sempre trovato male… Ma è molto relativo, ci son produttori tipo Rustie che han fatto bombe con Fruity Loops, quindi…

Ripeto, secondo me è importante ascoltare molta musica, specie per i produttori dall’house all’hip hop alla techno: è importante sapere cosa stai facendo e perché, per quel che riguarda il “come” ci sono diverse possibilità per raggiungere il tuo obiettivo.

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Hai nominato Rustie, un produttore giovane che sta facendo parlare di sé, si inserisce in una corrente che parte dall’hip hop e dal dubstep per “rivalutare” l’hip hop nella sua versione “strumentale”, credi di riconoscerti in questo filone?

Come potrei dirti di no! Faccio basi hip hop sperimentali da sempre, ma adesso sto vedendo che (almeno all’estero) si sta aprendo tutto questo mondo legato all’elettronica con quell’attitudine hip hop e una contaminazione davvero vasta. In questo genere puoi trovarti un Nosaj Thing che cita Bach, oppure Flying Lotus che ha sfumature più ambient, oppure ci son produttori più dub, electro, è proprio un nuovo genere! Personalmente credo di non aver mai ascoltato una musica così libera da schemi, è come agli inizi quando Bambaataa aveva campionato i Kraftwerk per creare l’hip hop: adesso l’hip hop sta sviluppandosi verso territori totalmente inesplorati.

Si potrebbe parlare finalmente di uno scavalcamento tra i generi e i pubblici, non è raro ormai che un amante dell’hip hop si appassioni a generi prima considerati distanti, e viceversa…

L’interessante in sé della musica elettronica in generale è che permette di buttare dentro un po’ di tutto: nell’hip hop c’è sempre stato l’accompagnamento del rap, però in questo periodo all’estero sta prendendo piede anche l’ascolto di strumentali, come succede per l’house piuttosto che per la techno. Credo insomma che, come per la house, esista un approccio molto “strumentale” per l’hip hop di questo tipo, il che gli permette di essere anche molto più intenso, con una ricerca sul suono maggiore rispetto alla classica base “fatta perchè ci canti sopra un rapper”. Per non parlare poi dei collegamenti che ci sono con la nuova elettronica (vedi i Bloody Beetroots); come si diceva anche nell’hip hop c’era molta elettronica a livello di suoni, poi, per molti anni, specie nell’hip hop italiano, si è tutto fermato sul classico campione di violini, e il pezzo funky. Ancora adesso questo approccio è presente ma secondo me si cerca una maggiore aggressività rispetto a prima, e questo permette di avere un approccio più “da dancefloor”.

In effetti c’è stato un periodo nella storia dell’elettronica in cui si è puntato al lato strumentale dell’hip hop, e poi è ritornata la voce, ma con forme diverse, più vicine ad una visione “pop”: penso al trip hop dal quale sono venuti fuori gruppi come Massive Attack e Portishead. Ora sembra che stia succedendo una cosa simile: un produttore come Hudson Mohawke ha fatto un ep strumentale ma nel suo nuovo album ci saranno ospiti vocali…

Una canzone per arrivare alla gente spesso deve avere la voce: anche nel il mio disco, Patchwork Anthems, abbiamo messo molte voci… Inizialmente avrei voluto fare un disco strumentale, ma abbiamo pensato che con le voci sarebbe stato più completo. Alla fine è vero, l’ascoltatore si ricorda il ritornello, se lo canticchia. Se la musica invece è strumentale, comunica in maniera diversa, forse è meno espressiva.

Nel tuo disco si sente una produzione decisamente diversa da ciò a cui siamo abituati in Italia. Siete in pochi a puntare a questo nuovo suono…

Dipende dagli ascolti, dai gusti, ed in questo – per tornare al discorso di prima –  le macchine contano poco, son più le idee e le ispirazioni. Nel mio disco c’erano diverse influenze, l’atmosfera era verso il trip-hop, forse minimale. In Italia c’è molta musica, ma forse tra i produttori hip hop si dovrebbe sviluppare maggiormente una “sensibilità” verso l’estero e verso quello che adesso è interessante.

Si parla spesso del “fattore nazione”, della fatica che un produttore italiano deve fare per presentarsi all’estero con credibilità ed essere ascoltato. Tu hai appena ricevuto una bellissima attenzione da una webzine di New York, Grunge Cake Crisis Magazine, cosa pensi al riguardo? C’è un aiuto da parte di internet oppure esso è relativo? Contano le idee o il modo in cui le si presenta?

Vedo che in Italia c’è molta qualità, manca forse l’interesse dei mass media su queste realtà indie. In questo contesto mi sembra che un po’ tutti siano sulla stessa barca.

Però tu ti sei avvalso per il tuo disco di voci inglesi, e il fatto che molte tue produzioni siano strumentali potrebbe aiutare la diffusione tramite altri canali, in particolare penso ai blog che hanno aiutato molti artisti italiani ad essere conosciuti – soprattutto in ambito dance .

Eh si, hai perfettamente ragione. Il discorso è che il blog è un ambiente virtuale, e tale resta. Credo che essere pubblicati in qualche blog o in qualche contesto similare sia un ottimo feedback, vuol dire che si ha fatto un buon lavoro, o perlomeno interessante. La cosa più triste è forse trovarsi davanti al disinteresse da parte della gente “comune”.

Quindi ritieni che in una dimensione che privilegia molto l’aspetto della promozione virtuale conti ancora molto il feedback umano che si riceve per ciò che si fa, giusto?

Assolutamente! In realtà è tutto piuttosto semplice: quando suoni un brano alla gente deve piacere, e quindi è logico che conta molto la comunicazione. Io però sono molto felice e stupito quando ricevo un feedback positivo dal pubblico quando gli presento queste nuove sonorità e sperimentazioni: inizialmente avevo paura di suonare certe cose nei dj set, perciò selezionavo più funky o house o elettronica; invece ho visto che la gente coglie e rimane stupita. Questo è quello che veramente ti porta ad andare avanti, almeno a me in particolare. Come invece ricordavi, ho ricevuto attenzione all’estero (una radio russa mi ha anche chiesto di preparare un podcast esclusivo per loro!): questo naturalmente è bello, splendido, però sarebbe bello che l’Italia si svegliasse…

Credi che sia un problema di gente o di strutture? Mi dici che la gente recepisce il brano particolare quando lo suoni ad un dj set, quindi si potrebbe pensare che sia un fatto di critica, ma ci sono anche riviste italiane che hanno parlato di te: dov’è l’inghippo?

Credo che la gente dovrebbe spegnere un po’ la televisione, diminuire la dose quotidiana di test su Facebook e interessarsi a quei disgraziati che fanno musica e arte in genere! Non vorrei fare quello “contro i mass-media”, però credo che la televisione intontisca la gente.

Per quel che riguarda le strutture io non me ne intendo, ma da quel che ho capito mi pare che in Italia sia sempre un casino organizzare eventi per questioni anche semplicemente finanziarie… E’ una questione complicata, bisognerebbe chiedere agli organizzatori di eventi; non chiedere quali siano le difficoltà che si trovano nel creare eventi, ma piuttosto come mai non mi chiamano! Ahah…

Hai mai pensato ad una versione live delle tue produzioni? O al momento preferisci il dj set?

Si, diciamo che per adesso ho archiviato il disco vecchio: con il podcast che ho fatto per Grunge Cake Crisis Magazine ho voluto iniziare un percorso più coraggioso, con delle basi meno trip-hop e più robuste. Il live è una cosa che sto studiando, non ci sono molto distante, ma per adesso sto ancora accumulando e lavorando sul materiale.

Stai lavorando ad un nuovo disco? Cosa ci si deve aspettare da te per il prossimo futuro?

Si, sto lavorando per dei nuovi progetti ancora abbastanza top secret, eheh! Ho in preparazione un remix per un gruppo hip hop italiano molto giovane e bravo, poi ci sarà una co-produzione per un album di un cantante soul genovese… Ma la gente può stare tranquilla, non dovrà sborsare un euro, saranno tutti brani in free download, quindi è solo questione di tempo!

Prima di lasciarci, c’è qualche produttore italiano o straniero che ti piace al momento? Qualche segnalazione per i lettori di Locals Magazine (e per il sottoscritto)?

Sì, ci terrei a segnalare alcuni produttori interessanti di questo genere che potremmo, per comodità, chiamare wonk beats, tutti italiani: Morpheground (Vicenza), Costa (Roma) e infine Aeed (Lugano)… Andateveli a sentire, cercateveli su google, perché meritano!

Andrea, grazie mille per il tempo che ci hai dedicato, e in bocca al lupo!

Grazie a voi! Crepi!!!

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