Intervista a Mole

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Mole

Quante cose si possono fare nelle 24 ore a nostra disposizione? Mole, uno degli artisti di punta dell’etichetta udinese Reddarmy, sembra riuscire a farne davvero tante. Lo abbiamo raggiunto via chat per farci raccontare per bene che cosa combina, e capire se dorme abbastanza.

Cominciamo con le presentazioni: raccontaci chi sei e il tuo percorso artistico finora. 

Mi chiamo Andrea Riva ma vivo ormai da sempre sotto lo pseudonimo di Mole o Moletti – per gli amici. Sono praticamente nato attorniato dal buon sound di ciò che ascoltava mio padre – da Frank Zappa ai Weather Report. Ho cominciato ad avvicinarmi verso i 16-17 anni all’hip hop: tanto freestyle ed esercizio sui primi testi, molto acerbi a guardarli ora, ma che conservo ancora gelosamente (mezzo armadio pieno di quaderni). Verso i primi 2000 mi regalarono un Akai 20 (praticamente l’antesignano dell’MPC) e inizia così a mescolare campioni, suoni ecc., non uscendo di casa per mesi! Nel 2001 arrivò il progetto Atlantide 4et con Vita-D, Straw e Volo con cui nel 2002 incidemmo un disco senza grandi ambizioni commerciali che però si rivelò una sorpresa per la risposta del pubblico e che ci permise di fare numerose date. A risentirlo oggi mi permetto di dire che molto avanti, persino un po’ Def Jux per certe sonorità.

Come si presentava il live di quel disco? Come reagiva la cosiddetta “scena hip hop” a quel progetto? 

Nei live ci sbizzarrivamo con campionatori e macchinette elettroniche, cosa inusuale per un gruppo hip hop all’epoca! All’inizio la gente, abituata com’era alla classica formula giradischi + microfono, era piuttosto spiazzata. Poi questo spiazzamento si è tramutato in curiosità e ancora adesso molta gente mi viene a chiedere il disco di Atlantide (purtroppo me ne è rimasta una sola copia in bacheca). Forse era un disco che sarebbe dovuto uscire qualche anno dopo, se pur con i suoi evidenti limiti. Ora non farei mai un disco così ma lì ci stava, merito anche del lavoro di Irko in sede di registrazione e mixaggio.

Avevate avuto risposte positive dagli altri artisti che circolavano allora nell’hip hop italiano?

Sì, per esempio andammo a suonare nel locale “gestito” da Bassi e Rido a Milano, allo Zulu Party ad Ancona, insomma dei bei feedback dalla cosiddetta scena anche se comunque ci sentivamo sempre un po’ fuori luogo…e la cosa per la verità ci piaceva molto!

La scena hip hop italiana non è conosciuta per essere particolarmente “aperta”, questo e una sorta di stereotipo che però si è ripresentato al momento dell’uscita del mixtape dei Crookers su Groove, circa 5 anni dopo il vostro disco come Atlantide 4et… 

Guarda io la vedo così: nell’hip hop come nella musica in generale – salvo rare eccezioni –, ma anche nella vita in generale, funziona che se 3 seguono una corrente la cosa non importa assolutamente a nessuno. Quando però questa corrente comincia ad essere seguita da 100, 1000 o 3000 persone allora il discorso cambia e questa corrente viene legittimata e ottiene seguito e successo. Pensa per esempio al jazz elettrico poi tramutatosi in fusion: quando uscì In a Silent Way o Bitches Brew di Miles Davis fu un pugno nello stomaco per il suo pubblico ma soprattutto per i critici di settore. Stiamo parlando di dischi che ora vengono osannati come delle pietre miliari del genere! Tornando a noi, una volta cassa dritta e hip hop stridevano alla grande e ora vanno a nozze…succedono cose strane a questo mondo!

Infatti penso proprio all’intransigenza di un Bassi Maestro che ora, sul suo profilo Myspace come Mr. Cocky, cita come influenza tutto il gotha dell’house music: succedono davvero cose strane a questo mondo! 

Sì, è vero! Sembra una banalità ma la gente va dove la strada è stata già battuta e si sente al sicuro.

Come vivi ora il progetto Moon Walktet? Stai di nuovo confondendo le tracce: un’altra sfida per chi ti segue, se vogliamo, soprattutto per quanti non conoscono il jazz dal quale sei ripartito.

In effetti il progetto Moon Walktet è nato da una pazzia, nel senso che volevo portare in giro Nero Viaggiatore con una band con una forte connotazione jazz-funk: addirittura il primo anno eravamo in 8 (ora in quintetto è molto più gestibile). Ma la vera pazzia è stata riarrangiare tutti i brani di Nero Viaggiatore di modo che il live fosse volutamente lontano dal disco originale, due cose diverse ma “partorite” dalla stessa mente! E devo dire che con dei musicisti così il live non è mai uguale a se stesso perché si lascia spesso spazio all’improvvisazione, la scaletta varia e ogni concerto è una sorpresa…Ad un certo punto era naturale pensare ad un disco con loro.

Il prossimo disco sarà dunque segnato da un apporto maggiore del Moon Walktet a livello di scrittura dei brani?

Si, certo, i brani sono costruiti quasi tutti insieme. Succede che magari io porto delle idee e insieme le sviluppiamo in sala prove in un continuo interplay che è stimolante per tutti.

Nel primo disco hai fatto tutto da solo? 

Si con l’aiuto di Reddkaa [fondatore di Reddarmy, ndr] a livello di arrangiamenti e con l’apporto dei numerosi ospiti presenti a cui ho dato una direzione ma a cui ho lasciato anche molta carta bianca, un po’ come faceva Miles Davis – mi si perdoni l’accostamento!

Accostamento perdonato! Per quanto riguarda invece l’ep in free download? Lì sei una sorta di one man band! 

Beh, quello è stato solo uno sfizio che volevo togliermi da un po’ di tempo, volevo sbizzarrirmi in tutto e per tutto! In pratica Sicksenses è una sorta di jam session in solitaria: mi ero preparato delle cose a livello armonico, e poi via di istinto. Mi è servito soprattutto per sperimentare delle nuove soluzioni di registrazione, come le batterie, quasi sempre degli ibridi tra batteria “vera” e “finta”…

Mole Live

Un altro progetto nel quale sei coinvolto in prima persona e che ti sta regalando soddisfazioni è Maci’s Mobile. Di quel disco mi ha colpito la freschezza, la libertà di scrittura, pur in un contesto chiaramente reggae. 

Sì, i Maci’s Mobile sono un altro bel impegno ma che dà molto soddisfazioni. Il disco L’antidoto è stato il frutto di due anni di lavoro molto intensi: loro venivano da un periodo di pausa dopo la dipartita del vecchio cantante e io volevo portare una ventata di aria fresca grazie al mio background non esclusivamente reggae. Certamente siamo un gruppo reggae ma secondo me stiamo cercando di costruire un filone un po’ alternativo – mi si passi questo orrendo termine – a livello di tematiche, sonorità e soluzioni ritmiche e armoniche. Da maggio riprenderemo il tour con una con una nuova scaletta, con tributi al sound giamaicano ma non solo.

Ci dobbiamo aspettare un nuovo positivo rimescolamento di carte? 

Ovviamente si! Il mio problema è che tendo a stufarmi facilmente, quindi ho bisogno sempre di stimoli nuovi: è un’attitudine totalmente anti-commerciale, ma so che è l’unico modo che ho per divertirmi sempre nel fare quello che faccio. La musica è arte, e questo è un principio che molti ogni tanto si dimenticano (o forse non ci hanno proprio mai pensato).

Che cosa pensi del ruolo dell’artista in questo periodo di cambiamenti a livello di industria discografica? Penso al ruolo della distribuzione gratuita, dei progetti artistici “aperti” al contribuito dei fruitori, ecc. 

Beh qui per esempio i Radiohead hanno fatto scuola! Negli ultimi anni sono cambiate veramente un sacco di cose, sembra quasi che ormai non abbia più senso fare un disco fisico, anche se io non sono d’accordo. Sono appena tornato da Parigi dove ho comprato 13 dischi perché oltre al sonoro io devo premiare anche l’oggetto: mi piace toccare il disco, guardare il booklet e leggere le note di copertina (anche se anch’io scarico, non lo nego). Certo è che ormai si ha la possibilità di ascoltare e soprattutto far ascoltare la propria musica a chiunque nel mondo e penso che questo sia un risultato eccezionale. Secondo me la soluzione sarebbe finalmente abbassare il prezzo di ’sti maledetti dischi affinché una persona sia invogliata a comprare ciò che gli piace senza dover aprire un mutuo. Ad esempio col disco dei Maci’s abbiamo voluto usare la formula vinile 10″ + cd perché così uno che se lo compra può ascoltarlo comodamente possedendo al contempo un bell’oggetto.

Una sorta di suicidio economico, di questi tempi! 

Assolutamente si! Ma direi che è un suicidio anche uscire con un live in 12 elementi!!!

A proposito di live: in un periodo in cui si scarica così tanto e si compra così poco il live è tornato di grande importanza. C’è chi fa dischi ormai quasi solo per poter avere date live. Sembra di essere tornati agli albori della registrazione, quando il disco era soprattutto un supporto mnemonico per chi andava poi a sentire un certo artista dal vivo. 

Infatti fino a pochi anni fa si faceva il tour e dopo il disco. Ora di solito si fa il tour per promuovere il disco.

Ora però chi non è capace di stare sul palco è costretto ad autosmascherarsi in pubblico! Non è raro sentire recensioni negative di live di band prima incensate su disco. 

Si, in effetti ne ho sentite molte. Sai com’è, lo studio fa miracoli! Vedi l’autotune

Parlando invece di produzione, hai anche all’attivo un paio di remix. Come ti rapporti al materiale altrui? C’è sempre una sorta di “battaglia” tra lo stile del remixer e quello di chi viene remixato.

Sì, per me si è trattato di un’altra sfida: sono i primi remix che ho fatto e sicuramente non sono molto ferrato in materia, ma mi è piaciuto molto confrontarmi con del materiale altrui. Mi piace l’idea di far diventare il pezzo quasi totalmente un’altra cosa, cambiando l’atmosfera pur mantenendo l’intenzione iniziale. Sia con gli Smania Uagliuns che con i Cor Veleno ho lavorato ascoltando solo un paio di volte l’originale per non farmi influenzare troppo.

Gli Smania Uagliuns sono forse più vicini a te come approccio, mentre con i Cor Veleno deve essere stata una discreta sfida! 

Sì, anche perché sono uno dei pochi gruppi della scena hip hop italiana che stimo anche dal punto di vista umano.

Sicuramente si sono sempre distinti per un approccio molto viscerale all’hip hop, poche pose e tanta personalità. Tutto il contrario dell’hip hop che le case discografiche allo sbando hanno cercato di propinare al popolo di Trl negli ultimi tempi: penso all’ultimo Fabri Fibra, a Mondo Marcio, ai Club Dogo: tutta gente che viene dal basso ma che con il passaggio alle major ha perduto quella bella dose di sana attitudine underground. 

Sì, diciamo che è la solita tiritera che si ripete periodicamente ormai, e il bello è che ci cascano sempre! Alle case discografiche grosse che tu faccia hip hop, mazurca, progressive o liscio frega ben poco, loro guardano i numeri e ti strizzano fino a che sei redditizio. Personalmente preferisco avere alle spalle un etichetta piccola ma che sa anche quante volte mi cambio i calzini alla settimana e mi lascia la – quasi – totale libertà decisionale e artistica. Reddarmy in questo senso per me è più che un etichetta, è un collettivo vero e proprio di artisti molto diversi tra loro ma che si stimolano l’un l’altro! Anche se non getterei nel cestino un contratto con la Blue Note, ah ah!

Come è nata la collaborazione con Reddarmy? 

Io e Fulvio [Reddkaa, ndr] ci conoscevamo da tempo grazie alla collaborazione tra Atlantide 4et e Dlh Posse di cui lui fa parte, quindi il mio inserimento è stato piuttosto naturale.

Tornando invece alle tue molteplici attività, hai anche un’estemporanea attività di dj, giusto?

Dj è una parola grossissima, direi piuttosto selecta! Mi piace molto mettere dischi, ma è una cosa che faccio a tempo perso, anche se amo far sentire alla gente qualcosa che magari non c’è nella loro discografia per poi sentire domande del tipo: “Oh, figo questo, che disco è?”. Fra l’altro nel frattempo è nato anche questo progetto di selecta chiamato The Radiodead assieme a Ed Bastard (tour manager dei Maci’s Mobile, tra l’altro).

Un altro agitatore musicale del bellunese con Cupo Beat Enterprise a suo tempo. 

Beh, diciamo che la Cupo Beat Enterprise ha rappresentato i miei inizi. Mi hanno ispirato molto.

Se dovessimo tracciare una mappa dell’hip hop alternativo in Italia loro ci sarebbero di diritto. Esiste anche una recensione al loro unico disco nella riedizione del volume Hip Hop di Paolo Fabbri per i tipi di Giunti. 

Assolutamente! Anche loro erano troppo avanti per il periodo in cui sono usciti. Ci lega questo filo conduttore del “lato oscuro” a cui ci sentiamo particolarmente legati come concetto.

Cosa ci si deve aspettare dalla vostra selezione musicale? 

Veramente di tutto! Da parte mia gran ghetto funk, una spruzzata di reggae/dub e del buon hip hop. Diciamo che Ed invece è un po’ più violento!

Prima abbiamo nominato i Crookers, segui qualcosa della nuova scena elettronica “da ballo”? 

Molto poco per la verità. Faccio fatica a star dietro a tutta la musica che esce e i miei ascolti vanno per lo più in direzione jazz e derivati o verso il reggae/dub, o l’elettronica di un certo tipo (vedi Four Tet o Tortoise).

Torniamo invece per un attimo al discorso Moon Walktet… 

Entreremo in studio verso maggio e da aprile inizieremo il tour che ci porterà a settembre in Germania per una settimana di date!

Quindi nuovo album, doppio tour tra Moon Walktet e Maci’s Mobile…cos’altro dobbiamo aspettarci?

Prossimamente uscirà anche il video dei Maci’s Mobile e anche un probabile disco live. Oltre a questo segnalo anche un altro mio progetto, il trio The Fishmen dove suono la batteria. È una cosa che non mi sarei mai aspettato di fare: proponiamo un repertorio di grandi classici che va da Michael Jackson a James Brown, da Celentano a Cristina Aguilera, il tutto riarrangiato in chiave jazz-funk-bossa!

Entrerete in studio per registrare il materiale? 

Assolutamente no!!! È un trio pensato per gli spazi piccoli/angusti e per la gente che ha voglia di ballare senza dover per forza sorbirsi Vasco o altre cover band che ormai mi danno il voltastomaco! Al massimo registreremo un concerto col mio registratore zoom e lo metteremo su cassetta! Mi ci voleva un progetto così, diciamo in scazzo, dove suoni senza preoccupazioni né paranoie, ma  solo per il gusto personale di farlo.

Sito dell’etichetta Reddarmy

Myspace di Mole

Myspace di Maci’s Mobile