"Dot", Sumo Science VS Nokia N8 & Cellscope

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Dot - Nokia N8 and Cellscope

Da qualche tempo si sente parlare del Cellscope, il microscopio da cellulare che dovrebbe rivoluzionare la diagnosi e la cura delle malattie dove non ci siano a disposizione le attrezzature adatte. Ideato da Daniel Fletcher alla University of California – Berkeley, si tratta di una piccola lente che si attacca dietro i cellulari di ultima generazione, dove è possibile inserire un vetrino e fotografare le cellule su di esso, per poi inviarle al laboratorio. Facile, veloce e poco costoso, potrebbe veramente fare la differenza. Era ovvio che non sarebbe passato molto prima che qualcuno avesse pensato ad un suo uso ‘artistico’: ed è stata proprio la Nokia che ha deciso di usarlo per pubblicizzare il suo ultimo cellulare di fascia alta, il Nokia N8. E per farlo si è rivolta alla Aardman, noto studio di animazione inglese specializzato stop-motion e clay animation, di cui abbiamo già parlato.

Il progetto è stato affidato a Ed Patterson e Will Studd, a.k.a. Sumo Science, duo registico inglese al loro primo progetto importante. A loro si è unito il direttore della fotografia Mark Chamberlain. La prima idea era di filmare dei globuli rossi, ma non era chiaro come potessero riuscire ad animarli, quindi hanno cambiato soggetto, concentrandosi su Dot. Dot è una ragazzina in miniatura che cerca di scappare da un mondo di oggetti comuni che si sta autodistruggendo. Puppet animation quindi, e un’impresa non da poco, considerando le dimensioni ridottissime della loro protagonista – solo 9mm. Ovviamente c’era da risolvere alcuni problemi prima di mettersi all’opera: la stop-motion, come si può dedurre, è un procedimento distruttivo, nel senso che non è possibile muoversi avanti e indietro nell’animazione per sistemare gli errori – come nell’animazione classica – ma, se si sbaglia, si deve per forza ricominciare da capo. Per questo una buona pre-produzione è sempre necessaria.

Ed Patterson e Will Studd a.k.a. Sumo Science

Ed Patterson e Will Studd a.k.a Sumoscience

Il primo problema era di ordine tecnico: il microscopio era studiato per fotografare vetrini, quindi non aveva alcuna profondità di campo, che invece era necessaria per dare un feeling ‘cinematografico’ al cortometraggio. Lew Gardiner, ingegnere della Aardman, si è occupato della progettazione di un’ottica adatta al loro scopo, aiutato dall’Università di Bristol. Il secondo problema era come gestire l’animazione del personaggio. Generalmente, quando si lavora con i Puppet si usa la tecnica del Replacement: le ‘bamboline’ sono composte da varie parti componibili – testa, braccia, ma soprattutto bocca, occhi e capelli in diverse posizioni – che si possono sostituire tra di loro tra un fotogramma e l’altro – chiara la comodità se pensiamo ad una ripresa di un dialogo. In questo caso però la bambola usata non permetteva alcuna sostituzione parziale – tantomeno qualsiasi modifica manuale, piegare le gambe, ecc. – quindi era necessario sostituirla per intero a ogni fotogramma: sono quindi state costruite ben 150 bamboline – 50 pose totali – legate ad un piccolo filo di ferro, che poi è stato tolto in post-produzione. L’altro grosso problema era l’allineamento e lo scorrimento del mondo. Lo studio era stato dotato di un piano mobile controllato elettronicamente, dove è stato costruito il set, ma era comunque un’attrezzatura pensata per il 35mm, difficilmente precisa per questi movimenti millimetrici. L’ultimo problema riguardava i settaggi automatici del cellulare, che non permetteva il pieno controllo della fotocamera, anche se questa si è rivelata abbastanza costante durante la fase di ripresa. In generale, una volta terminato il lavoro, una buona sessione in After Effects ha risolto le eventuali incongruenze – allineamento dello sfondo, correzione del colore – oltre che animare le ali della povera ape morta.

Uno dei puppet di 9mm utilizzatoFotogramma di Dot

Sinistra: uno dei puppet usati per il corto non ancora colorato. Destra: fotogramma del corto

Personalmente, non sono un grande fan della stop-motion, in quanto la ritengo un’ottima tecnica, ma generalmente usata a proposito, intesa come fine stesso del progetto, piuttosto che un mezzo per aumentarne l’espressività. Questo caso non si sottrae certo a questa critica, infatti poco ci importerebbe di Dot se non fosse stato fatto in queste condizioni. Certamente però è un caso curioso, una scommessa vinta contro la difficoltà dell’impresa, e una sperimentazione che potrebbe avere dei figli, magari concettualmente più giustificati. Quello che comunque Dot ci lascia, è un bel Guinness dei primati per protagonista ‘puppet’ più piccolo della storia.

Buona visione!

Se vi interessa, qui sotto posto il making of  del progetto.

Per approfondire potete consultare il numero di Dicembre di American Cinematographer Magazine.

Edoardo Vojvoda

www.sumoscience.com

www.aardman.com